Il programma di UltimaLegione

immigrazione

“Siamo tolleranti e civili NOI Italiani nei confronti di tutti i diversi, neri,rossi, gialli. Specie quando si trovano lontano, a distanza telescopica da noi”.

L’ondata migratoria che si sta avverando in Italia, non ha alcun legame né culturalmente, né legalmente, con una immigrazione regolare. I flussi migratori sono destinati a crescere nei prossimi anni, creando allo Stato Italiano gravi problemi; infatti è impossibile acco- gliere tutta questa gente nei centri di accoglienza, ma soprattutto comporta dei costi note- voli per mantenerla e rimpatriarla. Ciò che crea più preoccupazione è sicuramente il fatto che molti di questi immigranti sono clandestini, delinquenti e malavitosi. Naturalmente le organizzazioni criminali sono le prime a reclutarli, offrendo del lavoro illegale. Spesso i malavitosi si servono di loro per lo spaccio di droga, mentre le donne vengono immesse nella fitta rete della prostituzione. Bisogna provvedere a mettere in atto una strategia per ridurre questo fenomeno, almeno per limitare il numero degli sbarchi via mare.
Ferrea disciplina e nessun meccanismo elastico nella concessione, a stranieri, per il rila- scio del documento analogo alla “ carta verde” in uso negli Stati uniti d’America, per poter entrare e soggiornare in territorio Nazionale. Tale documento è subordinato al rila- scio del “nulla osta” fornito dal Consolato Italiano nella terra d’origine del candidato che provvederà, nei modi e nei tempi necessari, a reperire tutte quelle informazioni perso- nali e generali utili alla formazione di un quadro valutativo del richiedente per una cor- retta procedura di riconoscimento. Il nulla osta al lavoro
A monte, la Nostra Nazione deve avere già preso accordi con il paese d’origine del migrante. In caso contrario si revoca lo status di rifugiato con la perdita di diritto alla domanda di prote-
zione Internazionale.

Cittadinanza Italiana
Gli stranieri extracomunitari possono lavorare in Italia ed ottenere, a questo fine, un re- golare permesso di soggiorno seguendo ferree norme di immigrazione per il rilascio dei permessi di soggiorno e/o di residenza, fissando le condizioni e i requisiti necessari per
ottenerli, nonché le modalità operative per richiederli. Ovviamente non sono illimitati.
è una dichiarazione con la quale
l’amministrazione pubblica certifica che non vi sono impedimenti di alcun genere per l’in-
gresso in Italia e per il soggiorno di un cittadino di un Paese al di fuori dell’Unione Euro-
pea che abbia intenzione di prestare un’attività lavorativa di tipo subordinato.
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Rigidità nell’assegnazione del titolo di “domiciliazione” per gli stranieri che verrà rila- sciato a seguito di formale richiesta, lavorando e non commettendo reati. Durante questo Tali meccanismi sono una sorta di primo sbarramento utile ad interrompere ciò che si è trasformato in un flusso migratorio indesiderato di interminabili schiere di clandestini o di non aventi diritto, camuffati da migranti e/o richiedenti asilo.
periodo, il candidato dovrà seguire dei corsi per il conseguimento di un attestato di fre- quenza di lingua Italiana, usi, costumi,leggi e religione.
Il cittadino straniero dovrà inoltre superare una visita medica attestante “sana e robusta costituzione fisica”. Il titolo di “residenza” verrà rilasciato, a seguito di formale richiesta, dopo i successivi cinque anni di permanenza sul territorio Italiano, lavorando e non com- mettendo reati. Dopo il decimo anno di permanenza in Italia ed in seguito ad un giura- mento di fedeltà alla Nostra Nazione, lavorando e senza commettere reati, al candidato verrà concessa la “ cittadinanza”.
Sono da considerarsi clandestini anche i Rom illegali nel nostro Paese. In Italia i Rom e i sinti superano le 150.000 persone, 25,000 di loro in emergenza abitativa e, nel caso spe- cifico, in baraccopoli formali, in baraccopoli informali, in micro insediamenti, in centri di raccolta rom e in pessime condizioni igienico-sanitarie. Il loro modus di sostentamento va contro i nostri usi, costumi e leggi.
Il loro modus di sostentamento va contro i nostri usi, costumi e leggi. Per chi decide di permanere nel nostro Paese legalmente DEVE seguire le pratiche di immigrazione Italiane attenedosi alle regole del Nostro Paese con obbligo di frequenza scolastica ai minori. Chiusura di tutti i campi Rom e rimpatrio dei Rom illegali e con precedenti penali.
Modificare la legge 91/1992 inserendo un procedimento che vieta la cittadinanza per na- turalizzazione.
I genitori dovranno attenersi alle regole per gli stranieri per l’assegnazione del titolo di “domiciliazione”, “residenza” e “cittadinanza”. A soggetti responsabili di terrorismo islamico e/o soggetti di apologia del terrorismo islamico, strumento di pericolosità sociale, verrà immediatamente revocata la cittadinanza e/o qualsiasi tipologia di documento rila- sciato per soggiornare nel nostro Paese con espulsione a vita dalla Nostra nazione.
Chiusura dei circoli culturali abusivi. L’Art. 20 della Costituzione Italiana li- bertà di coscienza
imposizione vincolante coscienza di ciascuno, attività
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» e non permette che i comportamenti individuali siano oggetto di nes-
libero esercizio buon costume
autorità dello Stato
tutela la «
suna forma di
in quanto, la dimensione della
non può essere in nessun caso violata dall’
al quale, spetta solo l’ob-
bligo di garantire a tutti il
delle libertà, purché non si concretino
o contrarie al
. Altrimenti vanno chiusi.
illecite
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ONG – Pericolo Nazionale
Divieto di sbarco alle navi ONG per passeggeri che non sono muniti di documenti identi- ficativi.
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Persistono i problemi con tutte le organizzazioni non governative che continuano ad ope- rare illegalmente in quanto non rispettano la nostra richiesta di immigrazione regolata e controllata, favorendo invece l’immigrazione clandestina, che rappresenta un rischio per
la sicurezza Nazionale.
L’Italia è uno Stato Sovrano e il governo può decidere di negare l’attracco ad una nave che batte bandiera straniera se sospetta che ci sia stata una violazione delle leggi italiane e che l’arrivo della nave arrechi “pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello stato costiero” in base alla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, ratificata dall’Italia nel 1994, agli art. 17 e 19 combinati insieme. Quindi, chi varca
le acque territoriali Italiane dev’essere già munito di documenti identificativi segnalati anticipatamente dalle autorità dei paesi di provenienza, passando dai vari consolati Ita- liani. Chi non è in possesso di tale documento, deve essere immediatamente rimpatriato
nel paese d’origine.
Centri Accoglienza
Lo sforzo finanziario dell’Italia è stato ingente. Oltre ai 2,4 miliardi dell’accoglienza, con circa 9.200 centri di ospitalità dislocati nel 40% dei Comuni, ci sono gli oneri delle forze dello Stato impegnate sul fronte immigrazione: Guardia costiera, Marina militare, Guar- dia di Finanza e Polizia di Stato.
Le criticità sui centri di accoglienza sono molte.
Il sistema di accoglienza dei migranti si fonda, in primo luogo, sul principio della leale collaborazione, secondo forme apposite di coordinamento nazionale e regionale. Quindi, la gestione dei centri di accoglienza deve venire dalle regioni e non più da privati anche per i centri Centri di accoglienza già esistenti. Più controlli nei rendiconti delle spese. Le condizioni per sog- giornare nel nostro paese sono le stesse per tutti i migranti: lavoro, legalità, usi e costumi,
diritti e doveri.
La follia dello IUS SOLI
Un operatore su tre denuncia una carenza
o l’inesistenza di controlli e ispezioni istituzionali sull’operato dei soggetti che gestiscono
l’accoglienza senza contare il sovraffollamento delle strutture.
Se solo pensiamo che in alcuni Paesi Europei i soggetti in attesa di trasferimento e/o di accoglienza definitiva, sono sottoposti a detenzione amministrativa, l’Italia, tanto criticata
dall’UE, è ancora uno degli Stati più civili.
E’ una totale falsità riferirsi allo “ius soli” come a una legge “umanitaria”.
Servirebbe ad avere diritto alla cittadinanza per bambini che non sono nati in Italia e
quindi non ne avrebbero comunque diritto.

Lo si potrebbe dare agevolmente, e più equamente, anche con una legge apposita che esa- minasse più a fondo il livello di base culturale minimo necessario alla completa integra-
zione con fierezza del richiedente.
Se l’Italia adottasse lo “ius soli” spalancherebbe la sua già malandata porta d’ingresso a una ondata migratoria dall’Africa (e da tutti i Paesi della confinante Asia Indo-Europea) che sarebbe l’equivalente di uno tsunami umano di proporzioni bibliche. Attivando lo “ius soli” si amplierebbe all’infinito la possibilità di attribuire a chiunque la cittadinanza ita- liana senza nemmeno coinvolgere in questo tutta l’Europa. Diventeremmo così la colonia d’Europa, luogo di arrivo e primo ostello (e crescente povertà) per la procreazione di tutta
la futura mano d’opera a basso costo d’Europa.
Abbiamo tesori immensi da conservare e proteggere, oltre alla conservazione e valorizza- zione del nostro spessore culturale, già continuamente umiliato da una gran quantità di politici e amministratori privi di onestà e competenza. Teniamoci con orgoglio il nostro “ius sanguinis” che ci garantisce almeno un legame concreto coi nostri avi i quali, anche a costo della vita talvolta, ci hanno regalato questo splendido territorio e questa splendida storia, che costituiscono ora anche per noi un debito che abbiamo verso i nostri figli.
“Roma Caput Mundi”
La vera integrazione si può attuare solo attraverso il rispetto della LEGGE ITALIANA

L’articolo 1 della Costituzione recita inequivocabilmente che la “Sovranità appartiene al popolo”.

In un momento storico in cui la possibilità di un Paese di fare investimenti pubblici e spesa sociale è al giudizio di una Commissione straniera, abbiamo più che mai il biso- gno della Nostra Sovranità Monetaria.

L’utilizzo dell’Euro purtroppo è ormai consolidato. La moneta unica Europea va mante- nuta in uso esclusivamente per far fronte ai pagamenti delle transizioni internazionali quali import-export e scambi commerciali con l’estero e con i Paesi membri dell’UE.

Introdurre ed utilizzare una nuova valuta, ad esclusivo uso e consumo interno dei confini Italiani, in grado di provvedere a tutte le esigenze economiche Nazionali, con regole di Sovranità e controllo da parte di un Ente di Stato analogo a quella che fù la Banca d’Ita- lia che, finchè la proprietà rimase in mano pubblica, o controllata da fondazioni senza scopo di lucro, la struttura non creò nessun problema. Un Ente che ne curi l’emissione, la distribuzione, l’impiego e ne tuteli la leicità e l’integrità. Lo stesso Ente potrà, se e quando necessario, provvedere ad emettere Titoli di Stato utili a finanziare opere di pub- blica utilità e soprattutto piccole e medie Imprese e la Famiglia, vero patrimonio econo- mico e sociale della Nazione.

Qualsiasi tipo di investimento da parte di investitori stranieri, dovrà essere effettuato con la moneta nazionale italiana.

Il timore che l’Italia e le sue banche fallissero, ha fatto schizzare ai massimi i tassi di in- teresse a cui lo Stato e gli istituti di credito si finanziano sul mercato. Questi ultimi a loro volta hanno scaricato questi costi sui loro clienti. I prestiti a famiglie e imprese sono di- ventati più onerosi. Il sistema finanziario globale è finito al collasso per colpa dell’ecces- sivo impiego di strumenti complessi e speculativi come l’elevato volume di crediti con- cessi dalla banche anche a chi non sarebbe stato in grado di rimborsarli in futuro. La crisi si è trasferita inoltre anche ai debiti pubblici. Con il crollo del Pil (cioè della ric-

chezza prodotta ogni anno dall’economia) e l’impennata della disoccupazione, sempre più famiglie e imprese in tutta Italia si sono trovate in difficoltà a far fronte ai debiti con- tratti.

Prima il cittadino portava i risparmi in una banca pubblica e quei soldi venivano inve- stiti nell’economia reale creando lavoro, lo Stato li usava per fare spesa pubblica.

Oggi le banche private fanno speculazione e i cittadini non possono più finanziare lo Stato. Gli interessi sempre più alti fanno salire l’indebitamento.

 

 Revisione di tutto l’apparato bancario distinguendo chiaramente e senza possibilità di travasi o fusioni, Banche d’interesse commerciale e quelle d’investimento finanziario. Obbligo di investimenti in Titoli di Stato per almeno il 50% delle plusvalenze economiche degli Istituti Bancari ed Assicurativi

Ogni italiano versa mediamente al Fisco quasi 8.300 euro di tasse all’anno. A certificarlo è un report del centro studi della Cgia di Mestre relativo al 2017 che specifica anche come, aggiungendo i contributi previdenziali, il peso complessivo del fisco su ciascun italiano si aggiri attorno ai 12mila euro all’anno. L’Italia è sesta tra i paesi dell’Unione europea con un’alta pressione fiscale. A seguito del rallentamento del Pil, è molto probabile che la pressione fiscale sia destinata ad aumentare di qualche decimale. Oltre all’Irpef e Iva, nella top ten delle tasse più “pesanti” per gli italiani troviamo Imu e Tasi. Da aggiungersi imposta sull’energia elettrica e gli oneri di sistema; addizionale regionale Irpef; l’imposta sui tabacchi e sul lotto e le lotterie. Diverso il discorso per le aziende che subiscono mag- giormente il peso di Ires e Irap. Altrettanto onerosa è l’imposta sugli oli minerali che l’anno scorso ha garantito 26 miliardi di gettito.

Totale Entrate Tributarie 2017  

Nessuno spiega chiaramente alla popolazione che le tasse che paghiamo non vanno a favore di servizi e prestazioni sociali, ma quasi esclusivamente a rimpinzare i creditori dello Stato ovvero le banche e le grandi istituzioni sovranazionali. Il nostro gigantesco debito pubblico è il cuore dei problemi dell’Italia, il fardello che inibisce ogni possibilità di cambiamento, la questione numero uno che dovremmo affrontare se fossimo un Paese serio. Il motivo principale è dato dal fatto che in Italia è mancata la spinta della cosiddetta produttività «multifattoriale»: quel-la legata alla managerialità, alla digitalizzazione, alla meritocrazia, alla formazione e all’ambiente economico. Insom-ma, non cresce un Paese che mette le persone sbagliate nei posti sbagliati e che non ha cultura manageriale.

Troppe agevolazioni fiscali per Stranieri in Italia

Gli Italiani si chiedono come mai i negozi degli stranieri aprono, mentre quelli degli Ita- liani chiudono. In realtà é vero che ci sono delle agevolazioni fiscali, in base all’art. 14 della Legge 266 del 1997, in cui si prevedono dei sostanzioni sgravi fiscali per quelle pic- cole aziende di cittadini stranieri che aprono le proprie attività in zone di città capoluogo di provincia. I negozi degli stranieri (ma anche italiani) cambiano denominazione sociale per usufruire di sgravi fiscali, quando addirittura non falliscono per non pagare più i cre- ditori. Ci sarebbe inoltre una falla nel sistema normativo italiano che consente agli stra- nieri di ottenere le detrazioni di imposta anche per i parenti a carico residenti all’e- stero,  basta che hanno posseduto un reddito  nel 2016 complessivo uguale o  inferiore    a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili. Non solo, gli stranieri possono mettere familiari a carico anche se gli stessi familiari non sono mai stati in Italia. Possono essere considerati familiari a carico, anche se non conviventi con il contribuente o residenti all’e- stero: il coniuge non legalmente ed effettivamente separato; i figli (compresi i figli, adot- tivi, affidati o affiliati) indipendentemente dal superamento di determinati limiti di età e dal fatto che siano o meno dediti agli studi o al tirocinio gratuito. Basta una semplice au- tocertificazione. Una situazione paradossale che consente di eludere il Fisco a danno della collettività. Un numero elevato di stranieri si legge che usufruiscono dei servizi, quali: ospedali, strade, trasporto pubblico, senza che questi concorrano alle spese, bensì gra- vando su tutta l’altra società. Una vera e propria ingiustizia a danno degli italiani, in par- ticolare dei più deboli che si vedono di giorno in giorno ridotti i servizi. L’Italia è al primo posto in Europa per l’evasione fiscale della comunità cinese. E’ stato rilevato un indice di evasione fino al 98%.

Bisogna subito rafforzare i poteri di verifica e controllo fiscali conferendo poteri di Polizia tributaria ai Vigili urbani ed ai Carabinieri. Da sola la Guardia di Finanza, che da tempo opera con successo sul fronte dell’evasione fiscale, non può fronteggiare un’evasione così diffusa.

 

Eliminare definitivamente le accise

L’accisa sui carburanti è una imposta che va ad aggiungersi ad altre tasse che influi- scono moltissimo sul prezzo finale di un litro di gasolio o benzina. Le accise pesano per più di un terzo e sono composte in buona parte da imposte di scopo, introdotte dai vari governi per raggiungere specifici obiettivi. Le accise non finiscono mai anzi, quando sca- dono vengono rinnovate. Ecco cosa paghiamo ogni volta che acquistiamo un litro di ben- zina.

 

 

 

 L’elenco completo delle 17 accise sui carburanti a cui va aggiunta l’Iva al 22%.

 

 

 

  • 0,000981 euro: finanziamento per la guerra d’Etiopia (1935-1936)
  • 0,00723 euro: finanziamento della crisi di Suez (1956)
  • 0,00516 euro: ricostruzione dopo il disastro del Vajont (1963)
  • 0,00516 euro: ricostruzione dopo l’alluvione di Firenze (1966)
  • 0,00516 euro: ricostruzione dopo il terremoto del Belice (1968)
  • 0,0511 euro: ricostruzione dopo il terremoto del Friuli (1976)
  • 0,0387 euro: ricostruzione dopo il terremoto dell’Irpinia (1980)
  • 0,106 euro: finanziamento per la guerra del Libano (1983)
  • 0,0114 euro: finanziamento per la missione in Bosnia (1996)
  • 0,02 euro: rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri (2004)
  • 0,005 euro: acquisto di autobus ecologici (2005)
  • 0,0051 euro: terremoto dell’Aquila (2009)
  • da 0,0071 a 0,0055 euro: finanziamento alla cultura (2011)
  • 0,04 euro: emergenza immigrati dopo la crisi libica (2011)
  • 0,0089 euro: alluvione in Liguria e Toscana (2011)
  • 0,082 euro (0,113 sul diesel): decreto “Salva Italia” (2011)
  • 0,02 euro: terremoto in Emilia (2012)

 

Dobbiamo abbassare la pressione fiscale tra imposte dirette e indirette. Ad oggi invece ci si preoccupa solo di spostare le voci di tassazione, invece che limitarle.

La tassazione dei redditi viene calcolata per scaglioni di reddito con aliquote progressive.

 

Guida ad un regime fiscale ottimale con tassa agevolata applicando l’aliquota in base al reddito.

 

Reddito lordo annuo che non supera i 10,000 euro, aliquota al 0% Da 10,001 a 60,000 euro lordi annui, aliquota al 12%

Da 60,001 a 150,000 euro lordi annui, aliquota al 18% Oltre i 150,001 euro lordi annui, aliquota al 32%

 

Per abbattere l’evasione fiscale dare la possibilità al libero cittadino di detrarre tutte le imposte su qualsiasi tipo di acquisto (modello USA). In questa maniera si può debellare in buona parte l’evasione fiscale. Le aziende delocalizzate fuori dall’UE devono pagare dazio per importare qualsiati tipologia di merce in Italia ed inoltre, chi ha sede fuori dall’Italia, non avrà più diritto ad agevolazioni statali.

Pace Fiscale

Chiudere definitivamente le nostre posizioni con L’Agenzia delle Entrate. Il rientro delle Cartelle Esattoriali verrà calcolato in base al reddito dichiarato sul modello ISEE. Resta inteso che per gli evasori fiscali non esisterà più la sanzione amministrativa ma quella penale.

Da 0,00 a 22,000 euro lordi annui,rientro del 6%

Da 22,001 a70,000 euro lordi annui, rientro del 15% Oltre 70,001 euro lordi annui, rientro del 20%

La famiglia è il primo e più importante elemento del nucleo sociale.

La sua struttura è fondamentale e la sua costituzione è fermamente ancorata intorno alle figure del Padre e della Madre, unici aventi diritto alla titolarità del ruolo. Per questo bisogna tutelarla e sostenerla all’interno della società. In Italia in particolare le famiglie con prole, non sono particolarmente avvantaggiate rispetto agli altri genitori europei che hanno a carico dei figli e che godono di detrazioni e sgravi fiscali superiori. Le proble- matiche della popolazione giovane, dissuadono dal mettere su famiglia in attesa di un posto di lavoro e di uno status economico idoneo a crescere dei figli. Il che, in un paese dove l’evasione fiscale si stima abbia raggiunto la cifra di 180 miliardi di euro all’anno, finisce con il penalizzare le famiglie di lavoratori dipendenti che non sfuggono al Fisco. Soggetti svantaggiati anche quando chiedono prestazioni di welfare pubbliche come l’a- silo nido o la frequenza universitaria con alte rette da pagare.

Piano rilancio natività incentivando le nascite con un contributo per ogni nuovo nato di 450 euro mensili, detassati per i neo genitori, fino al compimento del 18esimo anno di età, per cittadini Italiani e/o stranieri residenti in Italia. Il contributo verrà utilizzato per i beni di prima necessità dell’infante, per materiale scolastico e/o medico curativo.

Azzerare l’aliquota Iva sui prodotti per la prima infanzia (passeggini,culle,lettini,seggio- lini,seggiolini auto, biberon, tiralatte, carrozzine, girelli, omogeneizzati, latte, latte in polvere e/o speciale, bilance, prodotti per igiene, creme tutte ecc..), oggi del 22%. Questo solo in tal caso non venisse approvata la detrazione fiscale modello USA , per qualsiasi tipo di acquisto. Ad oggi per le famiglie viene stanziato circa 1% del PIL (prodotto in- terno lordo), il più basso in europa. Per aiutare la crescita demografica nel nostro Paese attraverso questo programma di piano rilancio natività, aumenteranno gli investimenti attuali e con queste misure la percentuale del PIL aumenterebbe fino al 3%.

Asili nido Aziendali per bambini tra i 3 e i 36 mesi al servizio dei genitori che lavorano e che pagano le tasse.

Asili nido gratuiti per bambini nati da famiglie Italiane e da quelle straniere residenti in Italia, al di sotto dei 35,000 euro lordi annui di reddito con entrambi i genitori che lavo- rano e/o per genitori single monoreddito al di sotto dei 18,000 euro lordi annui, e che hanno sempre pagato le tasse.

Aumento degli assegni famigliari

Nato 31 anni fa dalla legge 153 del 13 maggio 1988, l’assegno mostra oggi ampiamente i segni del tempo. I nostri assegni familiari vengono erogati in base al reddito del nucleo familiare. Aumentare gli assegni famigliari cosichè le famiglie possano danno speranza di crescita al Paese.

Assistenti Sociali

Nel 1948 l’assistenza sociale fu riconosciuta come diritto dei cittadini e fu disciplinata dall’art. 38 della Costituzione.

L’Assistente Sociale è un operatore sociale che, agendo secondo i principi, le conoscenze e i metodi specifici della professione, svolge la propria attività a favore di individui, gruppi e famiglie per prevenire, o meglio dire “affrontare” situazioni di bisogno, aiu- tando l’utenza nell’uso personale e sociale di tali risorse, organizzando e promuovendo prestazioni e servizi per una maggiore rispondenza degli stessi, alle particolari situazioni di bisogno e alle esigenze di autonomia e responsablità delle persone, valorizzando a questo scopo tutte le risorse della cominità.

L’Art 3 della Costituzione cita anche che,“è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impedisce il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Purtroppo oggi, l’idea che l’assistente sociale tuteli i bambini e le famiglie, è pura utopia.

Proposta:

Nel mondo dell’affido le situazioni inadeguate sono molteplici.

La causa principale è molto spesso legata al fatto che mancano controlli sull’operato di chi è chiamato a tutelare i bambini: nell’ordine i politici, i dirigenti comunali e gli assi- stenti sociali stessi. Occorre pertanto un organo di controllo che sia chiamato a valutare l’operato degli assistenti sociali. Sono le associazioni di settore che dovrebbero racco- gliere e osservare i comportamenti non cristallini dei servizi sociali, ma anche le scuole, le associazioni sportive e chiunque abbia a che fare nel quotidiano con i bambini.

 

Occorre comunque che vengano previste sanzioni pecuniarie – a titolo di rimborso – alle famiglie danneggiate, affidatarie e naturali, e sanzioni penali per gli operatori che ab- biano agito palesemente in contrasto con le elementari norme di buon senso perché allo stato dei fatti l’errore di un assistente sociale, del suo dirigente o del politico di riferi- mento, non è sanzionato in alcun modo, a meno che ovviamente non si cada nel reato pe- nale.

Tuteliamo la Famiglia e i Nostri figli.

Case Popolari

Le case popolari sono abitazioni costruite (o acquistate) dallo stato, in particolare dalle amministrazioni locali (comuni e regioni), per venire incontro alla domanda abitativa delle classi sociali più svantaggiate. L’edilizia residenziale pubblica (ERP), è l’insieme degli immobili destinati ad abitazione principale che possono essere venduti a tariffe cal- mierate, o, caso più frequente, date in affitto a un canone controllato, oppure concesse in utilizzo temporaneo in presenza di alcune situazioni di emergenza. Ogni amministrazione locale ha costituito apposite società, nei grandi comuni, per la gestione delle case popo- lari. Nei comuni minori invece è il comune stesso a gestire tutto. I regolamenti sono dunque stabiliti a livello locale e le specifiche richieste di reddito andranno, insieme ad altri criteri (numerosità del nucleo familiare, età anagrafica, famiglia monoparentale, presenza di si- tuazioni di mancanza di lavoro, morosità incolpevole pregressa ecc.), a determinare il punteggio con cui si verrà inseriti nelle graduatorie. Solitamente una casa popolare è as- segnata a tempo “indeterminato” con delle eccezioni: in Lombardia ad esempio dopo una legge regionale del 2016, Aler valuta periodicamente i requisiti di mantenimento dell’al- loggio e il rispetto da parte degli occupanti del bene collettivo e la casa può anche essere ripresa dall’agenzia.

Questo dovrebbe essere fatto da tutti i Comuni ed Enti proprietari delle case popolari in tutto il territorio Nazionale.

Chi ne ha diritto

Precedenza sull’assegnazione delle case Popolari e/o comunali a famiglie Italiane, con a carico famigliari portatori di handicapp, invalidi, famiglie Italiane con minori a carico, con ISEE al di sotto di 11,000 euro lordi annui e single con figli con ISEE al di sotto di 8,000 euro lordi annui. In caso di ulteriori disponibilità, anche a famiglie straniere con residenza su territorio Italiano e con un reddito al di sotto di 11,000 euro lordi annui.

Solo il 5% delle case Popolari potranno essere destinate a stranieri con residenza ana- grafica nel comune ove si richiede la partecipazione al bando. Il metodo di assegnazione delle case Popolari va modificato con un controllo più ferreo da parte di Enti per il cor- retto funzionamento del Bando.

 L’enorme problema degli abusivi

Un problema gigantesco e non ancora risolto è quello degli abusivi: visto che purtroppo le tempistiche di inserimento legale sono lunghe e la macchina statale è in molti casi far- raginosa, il numero di chi occupa non legalmente alloggi di stato è molto elevato e dietro c’è un vero e proprio mercato gestito anche da gruppi criminali.

Per fare un esempio: si è calcolato che nella sola Sicilia sono 10 mila le case popolari occupate non legalmente da aventi diritto. Le case Popolari oggi sono sovraffollate da stranieri di ogni etnia, peraltro disoccupati, sottraendo agli Italiani bisognosi il dititto di avere una casa.

 

STOP a tutti i benefici assistenziali ottenuti dagli stranieri quali case popolari, sgravi fi- scali, contributi ecc..anche attraverso semplici autodichiarazioni a spese del cittadino Ita- liano.

Spese Condominiali

Con la Legge attuale, il mancato pagamento delle spese condominiali è a carico del con- dominio.

Il nuovo proprietario, con l’acquisto della nova casa, si fa carico solo delle spese

dell’ultimo anno e di quello in corso, lasciando da pagare ai proprietrari degli immobili del condominio stesso, le rate restanti.

In questo caso chiediamo che, il nuovo proprietario, una volta acquistato l’immobile a basso costo, messo all’Asta dall’Ente erogatore del mutuo (Banca, Poste, Fiduciarie, ecc..) si faccia carico di tutte le spese condominiali arretrate. Impignorabilità della prima casa. In caso di calamità naturali (alluvioni, terremoti, valanghe ecc..), lo Stato DEVE intervenire obbligatoriamente nell’immediatezza, nella ricostruzione delle abita- zioni distrutte, riducendo i tempi burocratici, senza lasciare i cittadini nel totale abban- dono.

Pensioni – Qual è il vero problema

Il problema è che il nostro sistema ha delle storture. A gravare sulle casse previden- ziali non sono soltanto le pensioni d’oro ma anche le cosi dette “baby pensioni” e più in generale quei trattamenti non adeguatamente finanziati con i contributi. Secondo una re- cente stima, all’1 gennaio 2018 risultano in pagamento presso l’Inps più di 750mila pre- stazioni pensionistiche liquidate da oltre 37 anni. Si tratta di tanti soldi se pensiamo che, secondo Itinerari previdenziali, le pensioni “dovrebbero durare in media 25 anni”. All’epoca, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone garantiva l’accesso alla pen- sione con 20 anni di contributi ai dipendenti statali e con 25 anni ai dipendenti degli

enti locali. L’età della contribuzione scendeva poi a 14 anni e 6 mesi e 1 giorno di contri- buti per le donne sposate con figli.

Secondo alcuni studi, il costo delle pensioni baby negli ultimi 40 anni assommava a 150 miliardi di euro.

Pensioni a rischio

Le previsioni per i prossimi 4-5 decenni mettono in luce il massiccio e continuo aumento degli ultra64enni sino a raggiungere il valore massimo di poco meno di 20 milioni di unità attorno al 2050, di cui 8 milioni saranno persone con almeno 80 anni, mentre pro- spettano una diminuzione, del totale di residenti in età inferiore a 20 anni. E’ una pia il- lusione credere che il problema possa essere aggirato “grazie alle migrazioni dall’estero e all’apporto che esse dovrebbero fornire alla nostra Nazione, contribuendo alla sua na- talità”. Chi pensa che i migranti possano risolvere il problema delle pensioni, non tende a considerare però il numero dei soggetti attualmente a carico del sistema pensionistico e il corrispondente numero di persone in età da lavoro ; purtroppo lo fa senza tenere

conto che vi sarà anche un ‘domani’.

Proposta

Reintroduzione della pensione di anzianità, 40 anni di contributi per pensione massima e adeguamento delle pensioni minime. Rendere vivibile la pensione sociale portandola ad un minimo di 600 euro mensili. Ritornare al vecchio sistema pensionistico per il discorso contributivo cioè, conti in base alla media degli ultimi cinque anni.

Si ricorda che attualmente, gli uomini possono andare in pensione anticipata (quota 100) dopo aver versato 42 anni e 10 mesi di contributi, invece le donne dopo 41 anni e 10 mesi (quota 100). Garantire un minimo e un massimo di periodo contributivo che va da 36 anni a 42 anni lavorativi. Maturati questi il lavoratore potrà andare in pensione. Garan- tire un piano di aiuto economico per famiglie che hanno disabili a carico in base al red- dito e al grado di invalidità a partire da un minimo uguale per tutti. Abolire la reversibi- lità della pensione dei Politici agli eredi. (figli) I politici dovranno percepire esattamente quello che hanno versato e non come ora che con un giorno di Governo gli spetta una pensione di 2,800 euro lordi al mese. Lo stesso per per i Sindacalisti.

Eliminare la Pensione agli Immigrati

Su 96mila assegni versati dall’Inps agli extracomunitari, ben 60mila sono di tipo assi- stenziale. Quindi non sorretti da contributi versati in precedenza. Al sistema assicurativo pubblico sono registrati ben 2.259.000 immigrati su un totale di circa 6 milioni di extra- comunitari residenti nel Belpaese. A incassare già un assegno sono in 90mila e sei su dieci, non avrebbero il sussidio coperto da contributi versati in passato. Tradotto: a pa- gargli la pensione sono gli italiani con le loro tasse. Siamo tra i primi Paesi al mondo

per indebitamento pubblico. E uno dei capitoli d’uscita primari del bilancio italiano è proprio la spesa previdenziale e assistenziale: 197,4 miliardi di euro le uscite del 2016.

 Le pensioni vanno pagate a chi ne ha diritto!!!

Problema Principale:

Dallo sfruttamento senza ritegno nei centri commerciali, negli ospedali e nei call-center e alle corse matte in magazzino per non rallentare i ritmi folli dettati da misteriosi algo- ritmi; queste sono le modalità del lavoro dato in subappalto alle cooperative e alla agenzie interinali fino alla diffusione di massicce forme di caporalato, e mobbing.

La liberalizzazione degli orari di apertura di negozi e centri commerciali avviata dal go- verno Monti non ha portato da nessuna parte, non è aumentato il fatturato e sono decre- sciute le ore lavorative.

Degli orari di lavoro schizofrenici, dei ragazzi che rinunciano a studiare e a lavorare, della finzioni delle assunzioni a tempo indeterminato finché si tratta di beneficiare di bo- nus e incentivi statali, delle aziende che delocalizzano dove gli va e dove gli conviene, a prescindere dal proprio fatturato. Lo certificano i dati dell’Eurostat. La stragrande mag- gioranza dei nuovi posti di lavoro in Italia è con contratti a tempo determinato. Contratti di sei mesi o di un anno, quando va bene, e che molto spesso durano un mese, qualche settimana, un solo giorno. La tanto flessibilità è servita alle imprese, non certo ai lavora- tori, e a pagarne le conseguenze peggiori sono proprio i giovani.

La colpa principale va attribuita alle classi politiche che si sono succedute nel tempo. E pensare che “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”.

Come prevenire la disoccupazione

Uno dei difetti più gravi del nostro mercato del lavoro è il risultato di una riforma scola- stica “all’avanguardia” che ha distrutto il coordinamento tra scuola e lavoro. Il tutto è aggravato dalla domanda di lavoro in un Paese che subisce i danni della globalizza- zione. E’ solo questione di mancanza di buona informazione.

I giovani sono fra i più colpiti dalle crisi economiche e quindi quelli più a rischio di esclusione sociale. L’Italia è tra i paesi europei che dedica alle politiche attive del lavoro meno risorse degli altri paesi europei e dedica solo 1,7 % del PIL alle politiche del la- voro. E’ una chiara scelta di non investire e di preferire delle forme economiche di soste- gno al reddito, che hanno effetti non risolutive. Una vera e propria emergenza. Diffon- dere una cultura “studio ergo lavoro” a beneficio di studenti, famiglie, scuole e imprese, incentivando le scuole a raccogliere e pubblicare dati sullo stato occupazionale dei pro- pri diplomati e laureati, e attivando un piano di comunicazione su larga scala per orien- tare le scelte degli studenti e delle famiglie sui percorsi di studio.

Coinvolgere le imprese che devono mettersi in gioco e collaborare con scuole e univer- sità. Favorire occasioni di apprendimento pratico per i giovani nelle aziende, passando dagli stage di breve durata a un vero sistema di alternanza scuola-lavoro, con crediti ri- conosciuti nei percorsi di studio. Migliorare le infrastrutture a supporto della ricerca del lavoro. Vanno poi avviati progetti mirati sul territorio coinvolgendo in modo sistematico giovani, famiglie, scuole, imprese e canali di accesso al lavoro. Agevolare le Aziende nel ridurre il cuneo fiscale cosi da poter creare più posti di lavoro e per investire in tecnolo- gia e sicurezza. Meno costi, più posti.

Lo stage non deve essere più gratuito e/o sottopagato e per i lavori continuativi, almeno due domeniche al mese di riposo. Introduzione di un salario minimo dignitoso con ade- guamento al modello Europeo. I titoli di studio, così come l’esperienza lavorativa, servi- ranno per gli avanzamenti di carriera e miglioramenti economici.

Meritocrazia retributiva

“Il mondo ricompensa più spesso le apparenze del merito, che il merito stesso.”

In Italia il sistema di valori è molto meno meritocratico di quello di altre Nazioni, molto più capaci di assicurarsi che la classe dirigente e/o lavorativa, sia la migliore possibile. L’assenza di questo sistema di valori ha prodotto una classe dirigente “criminale” ed è diventata la causa principale del declino della nostra economia.

Un sistema basato sul merito prevede responsabilità e stipendi migliori per chi ha fatto sforzi maggiori e ha studiato di più. Non si tratta soltanto di una logica di premialità per cui all’impegno corrisponde una ricompensa, ma di un sistema che garantisce qualità.

Lo stesso vale con i medici, gli insegnanti, gli informatici, gli operai e qualunque altra occupazione: se a ricoprirla è una persona che ha tutte le conoscenze e le caratteristiche utili per eseguire quella mansione allora avremo un sistema sanitario efficiente, delle scuole formative, software sicuri e palazzi solidi. Le posizioni di potere, soprattutto quelle in ambito privato, sono occupate per sudditanza alla casta e per via indiretta que- sto accade spesso anche in ambito pubblico, con persone al potere grazie a privilegi e patrimoni ereditati. Il deficit di meritocrazia deriva dalla mancanza di rispetto delle re- gole. Per ottenere una vera meritocrazia dunque ci vorrebbero riforme più ancor più “so- cialiste” di quelle auspicate dalla sinistra radicale.

Le aziende devono avere un organico adeguato con rotazione del personale. La produtti- vità sarà sempre premiata. Raggiungimento di obbiettivi per il personale produttivo in- centivato con premi e/o innalzamento di ruolo.

Semplificare e ridurre gli adempimenti burocratici con la digitalizzazione.

Le Aziende possono avere un massimo del 25% di lavoratori stranieri ma unicamente in regime di piena occupazione. Più controlli da parte di un ente specifico che si assicuri

che l’Azienda rispetti le regole e le norme sulla sicurezza per i suoi dipendenti.

Lavoro Nero

Il lavoro nero resta una vera e propria piaga dell’economia italiana.

Il fenomeno del lavoro nero è in forte aumento e colpisce il 60% dei lavoratori domestici, colf e badanti. Tra i 3,3 milioni di lavoratori invisibili che generano 77,3 miliardi di euro di fatturato in nero all’anno, sottraggono al fisco 42,6 miliardi. Un importo, questo, pari a oltre il 40% dell’evasione di imposta annua stimata dal ministero dell’Economia. Una situazione allarmante soprattutto nel settore agricolo e nel turismo. Il primo dato che emerge chiaramente, e di certo non si tratta di una sorpresa, è che la zona del Paese ad essere più interessata dal fenomeno del lavoro nero è il Sud. Le conseguenze negative del lavoro nero non sono infatti solo legate al mancato gettito fiscale per le casse dello Stato, ma anche agli effetti deleteri che si abbattono sul sistema sano delle aziende che produ- cono rispettando le regole. A rimetterci infatti sono le tante imprese artigianali e com- merciali che subiscono la concorrenza sleale degli imprenditori che non si fanno scrupoli ad utilizzare lavoratori irregolari. Questi ultimi infatti, non essendo sottoposti ai contri- buti previdenziali, a quelli assicurativi e a quelli fiscali consentono alle imprese dove prestano servizio, o a loro stessi, se operano sul mercato come falsi lavoratori autonomi, di beneficiare di un costo del lavoro molto inferiore e di conseguenza di praticare un prezzo finale del prodotto o del servizio molto contenuto.

Per combattere il lavoro nero bisogna innanzitutto denunciare all’ufficio dell’ispettorato provinciale del lavoro, anche in forma anonima, questo abuso di potere, sia per un do- vere civico e sia per tutelare i propri diritti come lavoratore e cittadino. Chi compie gravi illeciti nel lavoro deve essere punito severamente perché mortifica il lavoratore e l’economia. Quindi, aumentare le sanzioni amministrative e versare tutte le tasse non pa- gate nel periodo in cui il lavoratore ha dimostrato di aver lavorato sotto dipendenza in azienda.

Aumento delle Pene per gli evasori:

Per i casi di evasione fiscale più gravi, aumentare la pena reclusiva fino ai 5 anni, invece che a 3.

Modifica con aumento fino al 10% invece del 5%, della sanzione prevista nell’Art. 116, co. 8 della Legge 23 dicembre 2000 n. 388, che prevede che nel caso di mancati e omessi versamenti dei contributi ai lavoratori in nero, da parte di chi assume.

Modifica con aumento da 5 anni, invece che 3 di reclusione, previsti dall’articolo 36-bis, comma 7, lettera a), del Decreto Legge 4 luglio 2006 n. 223. al mancato versamento, di chi non abbia provveduto nemmeno ad alcuna registrazione contabile e amministrativa e non abbia effettuato alcuna denuncia tra quelle obbligatorie e l’abbia fatto volutamente, “indipendentemente dalla durata dell’attività lavorativa accertata“.

La vita del lavoratore DEVE essere economicamente stabile per poter vivere dignitosamente.

Vogliamo una Repubblica Presidenziale dove il Capo dello Stato è Democraticamente eletto dai cittadini. Poche Leggi semplici e chiare!

Fermiamo i nomi delle Leggi Italiane scritte in Inglese (jobs act-flat tax-ecc..)

Proposta di abolizione con Referendum abrogativo delle Leggi Scelba, Mancino e mo- difica della Legge Merlin.

La Legge Scelba, regolata anche dalla Legge Mancino, del 1993 art.2 , punisce chiun- que in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali” di organizzazioni, associazioni o movimenti “aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. Inoltre impedisce ad un’area Politica, di poter manifestare il proprio credo ed inoltre impedisce l’uso di simboli millenari (fascio littorio, saluto romano ecc..).

Entrambe le leggi, tuttavia, devono contemperare il diritto costituzionalmente garantito alla libertà di pensiero!!

Abolizione delle Leggi Scelba e Mancino, inclusa l’aggravante di reati per discrimina- zione razziale a stampo xenofobo. Riabilitare l’utilizzo di simboli storici e millenari e in- troduzione di una Legge che condanni la violenza Politica, chiunque la porti avanti e di qualsiasi schieramento Politico. 

Bisogna bensì ricordare l’Art 21 della Costituzione Italiana:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

 

Con la modifica della Legge Merlin, si riaprirebbero le cosi dette “ Case Chiuse”, dimi- nuendo lo scempio di prostituzione sulle strade per il decoro e per l’immagine del nostro Paese. Meno criminalità, controllo sanitario, possibilità di azzerare il tasso di sfrutta- mento, far passare la prostituzione come una scelta consapevole e volontaria da parte di chi decide di vendere il proprio corpo. Senza parlare di traffico di esseri umani. In Italia, in virtù di una convenzione Onu che risale al 1949 è impossibile riaprire le case chiuse. L’articolo 2 di questa convenzione, inoltre, sostiene che non si possono gestire case chiuse o bordelli. Si potrebbero abrogare i primi due articoli della legge Merlin, dando il via libera all’esercizio della prostituzione nelle abitazioni private (vietandolo “in luoghi pubblici o aperti al pubblico”), con l’istituzione presso la questura di un registro a cui sono tenute a iscriversi tutte le persone interessate a esercitare il mestiere.

 

 

 

Le “Case Chiuse” verranno sottoposte a controlli semestrali da parte di un Ente Statale che si assicuri che vengano rispettate le norme igienico-sanitario e preventive delle ospiti. Inoltre verranno tassati i redditi a chiunque eserciti questa attività.

Revisione del Potere Giudiziario

L’Italia si conferma agli ultimi posti nell’Unione europea, per l’efficienza e l’indipen- denza della giustizia.

Il dato più allarmante solo gli oltre 1400 gg necessari all’Italia per arrivare al terzo grado di giudizio per dispute civili e commerciali (il dato più aggiornato disponibile). Il nostro è il Paese peggiore in assoluto sul tema; va un po’ meglio per quanto riguarda la durata dei casi amministrativi, dove i giorni sono 800. La ragione principale è l’interfe- renza di politici o governi, cui segue quella di forze economiche internazionali. Si stima che ritardi e inefficienze nella giustizia e corruzione, due delle determinanti principali dei divari dell’Italia, generino una perdita di oltre 16 miliardi di euro annui, pari all’1 per cento del PIL. Il nostro è un sistema che lascia le vittime senza giustizia, che mette in

galera gli innocenti e che fa fallire le imprese. I Giudici devono applicare la Legge e non interpretarla. Laddove il Giudice abbia violato la Legge interpretandola in modo perso- nale alla volontà del Legislatore, deve provvedere il CSM (comitato superiore della Ma- gistratura), adottando opportune sanzioni. Snellimento della burocrazia e dei tempi di chiusura di un processo.Garanzia che la figura del Magistrato Giudicante sia apolitica e quindi SUPERPARTES.

Certezza della pena per i Rei e certezza del diritto per le vittime.

Revisione della riforma carceraria

Chi sbaglia paga!! La riflessione del problema carceri deve ampliarsi a 360 gradi e im- pone una piena revisione del processo penale perché sia in grado di dare una risposta di giustizia non solo giusta, ma anche in tempi ragionevoli. Per queste ragioni, se si vuole rimettere in piedi il paese, già afflitto dalla crisi economica, la prima cosa da fare è ri- partire dalla Giustizia. Il cosiddetto Decreto svuota carceri è diventato legge nel 2014, sotto il Governo Renzi. Dal giorno dell’entrata in vigore del testo al 31 agosto 2018, gra- zie a questa norma, hanno potuto trascorrere una porzione di pena ai domiciliari 24.116 persone, 7.575 dei quali stranieri. La percentuale degli stranieri che, dal 2010 al 31 ago- sto 2018, hanno beneficiato della norma è pari al 31,4% del totale. Si tratta di una ri- forma carceraria che ha come obiettivo principale quello di sfoltire le carceri italiane

e ridare dignità (diciamo) ai detenuti e alle detenute. Dopo diverse sollecitazioni (tra le più importanti quelle della Corte costituzionale, del capo dello Stato e della Corte euro- pea dei diritti dell’uomo) hanno deciso di introdurre un pacchetto (scandaloso) di misure a riguardo.

Alcuni tra i principali punti introdotti dalla legge svuota carceri:

 

  • Risarcimenti ai detenuti reclusi in condizioni inumane, con sconti di pena o soldi
  • Divieto di custodia cautelare in carcere in caso di pena non superiore ai 3
  • Domiciliari senza scorta, eccetto che ragioni di sicurezza o processuali
  • Più agenti penitenziari e magistrati di sorveglianza
  • Misure sul piccolo spaccio
  • Affidamento in prova
  • Detenzione domiciliare

Si obbligheranno quindi le forze dell’ordine a controllare le abitazioni dei detenuti ai do- miciliari anziché presidiare il territorio dalla criminalità, riducendo e peggiorando la sicurezza dei cittadini. Bisogna intervenire in materia di giustizia rassicurando i cittadini sull’importanza della legalità e della “certezza della pena”. !! L’ennesimo atto scellerato contro gli agenti che lavorano nelle carceri e a favore di chi invece ha commesso reati ed è in carcere per scontare la propria pena.

Eliminare le Leggi “svuotacarceri e salva delinquenti”, come misura alternativa dell’“esecuzione della pena detentiva nel domicilio”, destinata a condannati – non esclusi i recidivi reiterati – che devono scontare una pena non superiore ad un anno, è una “non pena”. La Costituzione Italiana afferma, all’art. 27, che le pene devono ten- dere alla rieducazione del condannato. Serve un’edilizia carceraria migliore, non dei condoni ogni due anni con un atto di resa dello Stato ai delinquenti. Modernizzare le strutture, formare adeguatamente il personale e intensificarlo, forse usare di più anche la pena alternativa del lavoro socialmente utile come in altri paesi (per reati di minore ri- lievo), rendendo il carcere “extrema ratio” e comunque più in linea con la Costituzione. Gli stranieri carcerati dovranno scontare il carcere nel loro paese d’origine.

Ripristinare le leggi che condannano reati come: atti osceni in luogo pubblico, disturbo della quiete pubblica, danneggiamento semplice e falso in atti privati.Pene più severe per atti di vandalismo e per bullismo e cyberbullismo, con inserimento in centri specializzati che mirano ad interventi di rieducazione (caserme militari), con lavori e compiti social- mente utili. La Costituzione attribuisce ai genitori il diritto-dovere di educare ed istruire i figli, ma anche le scuole, devono interrogarsi sulle finalità educative delle sanzioni di- sciplinari.

Corruzione

I dati parlano chiaro: a più alto livello di corruzione corrispondono meno competitività, meno investimenti, meno produttività, meno progresso tecnico, meno innovazione, meno impresa e perciò più disoccupazione.

A farne spese sono soprattutto i giovani. Solo combattendo la corruzione l’Italia potrà riacquistare la credibilità necessaria per attrarre capitali, italiani e stranieri, aumentare la produttività e creare nuove opportunità di lavoro soprattutto per le nuove generazioni. La corruzione non causa solo sprechi e perdite dirette di capitale ma anche una vera e propria distorsione del mercato. In particolare disincentiva gli investimenti sia interni che stranieri. La normativa anticorruzione è ancora molto debole, la burocrazia è sco- raggiante e i processi hanno tempi infiniti.

 

Tutto ciò significa che la corruzione impedisce la certezza del ritorno sugli investimenti negando la validità, la produttività e la competitività. Per primo va ridimensionato il

concetto di “Lex Specialist” ovvero la facoltà di ogni stazione appaltante di creare un regime normativo autonomo per ogni gara d’appalto. Si possono decidere i requisiti per ammettere alle gare, i criteri di valutazione delle offerte e tanti altri parametri. Potenti strumenti per orientare l’esito di una procedura.

 

Per questa ragione i certificati di collaudo o regolare esecuzione devono essere analitici e resi pubblici, come i nomi dei collaudatori o verificatori in modo che chiunque possa riscontrare le differenze tra quanto richiesto e quanto invece fornito.

Basterebbe disporre di un’unica sezione investigativa Nazionale, invece di delegare le indagini a stazioni di Carabinieri, Polizia e Finanza, distogliendoli dalla presenza sul territorio.

Serve una nuova e meno ambigua formulazione dell’Art. 323 e dell’Art. 353 del Codice Penale. Serve quindi una nuova riforma basata sulla totale revisione delle procedure am- ministrative a partire dagli atti di spesa con i quali si attuano i programmi di Comuni, Provincie, Regioni e altri Enti.

Fino a quando non si disporrà di un moderno sistema unificato, resteranno ampi spazi per abusi e malversazioni.

Ridurre la discrezionalità dei responsabili dei procedimenti, senza inteporre ostacoli alla loro conoscenza. Gli atti pubblici devono essere pubblicizzati istantaneamente, devono essere semplici, conoscibili, comprensibili e soprattutto facilmente accessibili. Ci pense- ranno i cittadini ed i controinteressati ad evidenziare anomalie o violazioni non appena

vedranno l’intera procedura pubblicizzata su una pagina web dedicata all’accesso ci- vico. Aumentare le pene per i reati di evasione fiscale. Galera certa per i corrotti.

Interdizione da pubblici uffici a vita per i corrotti (politici e funzionari).

 

Galera a vita per i reati di pedofilia e per pedopornografia.

Inasprimento della pena fino a 10 anni di reclusione per chiunque, con qualsiasi mezzo, anche telematico, e con qualsiasi forma di espressione, istiga a commettere reati di pro- stituzione minorile, di pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico, di violenza sessuale nei confronti di bambini e di corruzione di minore.

Inasprimento della pena fino a 10 anni di reclusione per qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l’utilizzo della rete Internet o di altre reti o mezzi di comunicazione.

Interdizione da qualsiasi incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, negli uffici o nelle strutture, pubbliche o private, frequentate prevalentemente da minori con l’arresto per qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o mi- nacce e violenza sessuale, oltre all’arresto, con pena che parte da un minimo di 5 anni fino a 10 anni di reclusione. Ergastolo per qualsiasi atto di violenza, anche lieve, ai danni di un minore con internamento per i primi 2 anni ad isolamento.

Eliminare la Scorta ai Politici

I numeri parlano chiaro: 600 Italiani sotto scorta con 2070 agenti e 200 milioni di euro di costi. La categoria più “protetta” è quella dei magistrati, 267. Segue quella degli esponenti politici Nazionali e locali, dirigenti ministeriali e della pubblica amministra- zione, capi di dipartimento alla guida di strutture delicate. Sono scortati da sempre i se- gretari generali di Cgil, Cisl e Uil. Per non parlare poi di alcuni Dirigenti di testate gior- nalistiche, ex collaboratori di giustizia e testimoni di giustizia. Nel dettaglio, significano 650 vetture antiproiettile, 300 auto non blindate, circa duemila tra agenti, finanzieri, ca- rabinieri e guardie carcerarie più altri 400 uomini per vigilare su case e uffici. Un eser- cito di uomini politici salvaguardati non si sa bene per quale motivo, tanto che spesso, non essendoci alcuna reale ragione per avere la scorta, la si concepisce come taxi tutto- fare. Peccato che tutto questo è a carico dei contribuenti.Vincolo di mandato obbligato- rio per tutti i politici che sono tesserati in un partito e perdita dei benifici degli incarichi precedenti, se aderiscono ad un altro gruppo parlamentare. Sanzione disciplinare di

50.000 euro che andranno nelle casse del partito uscente.

Piano di legge per abolire i giochi d’azzardo che impoveriscono i cittadini e fanno cassa sui disperati. Si registrano 100 miliardi di fatturato che vengono sottratti alle tasche de- gli italiani. Il gioco d’azzardo è la droga del nostro secolo. Si esclude il gioco del Lotto e la Lotteria Nazionale. Per la regolarità del Superenalotto invece, l’estrazione dei numeri deve essere in diretta Nazionale come per il Lotto e la Lotteria Nazionale, altrimenti do- vrà essere abolito.

Leggi più severe per il maltrattamento degli Animali


L’articolo 544 ter del codice penale, rubricato “maltrattamento di animali”, recita:
Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue ca- ratteristiche etologiche è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro. Inasprimento della pena fino ad un massimo di ventiquat- tro mesi con uma multa minima a partire da 10.000. Vogliamo una Repubblica Presi- denziale dove il Capo dello Stato è Democraticamente eletto dai cittadini

Lotta al Terrorismo

Cresce il numero dei presunti jihadisti o islamisti radicalizzati in Italia ed espulsi per motivi riguardanti i rischi del terrorismo. Il numero è nettamente maggiore a quello di tutti i Paesi dell’Unione europea.

Nel 2018 la media è salita a dieci soggetti espulsi ogni mese,rispetto agli 8 al mese del 2017.

I residenti in Italia provenienti dai paesi per rischio terrorismo sono complessivamente più di 206mila. La quota maggiore è rappresentata da pakistani, seguiti da nigeriani, af- ghani, siriani e iracheni. Il terrorismo costituisce una minaccia per la nostra sicurezza, per i valori della nostra società e per i diritti e la libertà dei cittadini Italiani. La lotta al terrorismo è una priorità assoluta.

E’ necessario un potenziamento dei controlli e il ripristino delle “Frontiere”.

Bisogna frenare la propaganda terroristica online, oscurando dal web contenuti e/o siti illeciti. Per i Centri Culturali islamici già esistenti, vi si possono svolgere attività di culto solo se vi si è segnalato dal Comune, che dovrà provvedere, tramite la Polizia Locale, ad effettuare dei controlli periodici. Aumentare il numero degli Agenti e dell’Esercito Ita- liano nelle nostre città. Dotare tutte le forze dell’Ordine di idonei mezzi di difesa/offesa e addestramento continuo attraverso corsi di aggiornamento e perfezionamento.

Pene più severe per violenza a pubblico ufficiale e dotazione di mezzi e tecnologie all’avanguardia per contrastare il crimine. Espulsione a vita per soggetti che costitui- scono una minaccia di matrice terroristica nel nostro Paese. Adeguare gli stipendi delle Forze dell’Ordine con una base minima di 1,800 euro al mese (In Italia viene commesso un reato ogni tre giorni).

Accanto al terrorismo di matrice politica, non va dimenticato il terrorismo imputabile alla criminalità organizzata di matrice mafiosa.

Secondo alcuni studi la mafia italiana ha un giro d’affari pari al 10-12% del Pil, si parla di circa 250-300 miliardi l’anno di profitti illegali sottratti alla tassazione. Solo per la

corruzione si calcolano 60 miliardi l’anno in Italia, a fronte dei 120 miliardi complessivi nel resto d’Europa.

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”

Paolo Borsellino

Appartenere ad una identità sociale è una forte necessità dello spirito umano. Per iden- tità sociale e per cultura intendiamo quell’insieme di: conoscenze, stile di vita, modo di pensare, filosofia, religione, arte, che costituiscono un patrimonio acquisito nel tempo. Nel caso della nostra Nazione, circa i flussi migratori persistenti, diviene rischioso man- tene questi equilibri nel presente, e quindi per la storia futura del Belpaese. Annullarsi culturalmente significherebbe anche perdere traumaticamente una identità. Quell’iden- tità che nel tempo è stata il prodotto di un percorso storico non privo di sofferenze umane.

Tutelare la propria ”cultura” è un fattore civilissimo nel rispetto di se stessi. L’Italia avrebbe da sola il 70% del patrimonio artistico mondiale. La cultura italiana della con- servazione non solo è la più antica e radicata del mondo, ma è anche uno dei principali fili di continuità della nostra storia. La legislazione sulla tutela, con la legge 1089 del 1939, proposta dall’allora ministro Bottai, e rimasta fino ad oggi punto centrale di riferi- mento, anzi considerata la legge di tutela più organica e avanzata del mondo. Fu una legge approvata dal governo fascista, e quando la Repubblica volle darsi una nuova co- stituzione, i valori di quella legge furono riaffermati dai Costituenti, nell’art. 9 della Co- stituzione. Dai più antichi editti e decreti fino a noi, corre un filo costante: il rispetto di alcuni principi ispiratori. Fra questi principi ne emergono due: primo, il patrimonio arti- stico pubblico appartiene ai cittadini, in quanto titolari della sovranità popolare eredi- tata dalle antiche dinastie e repubbliche; secondo, lo Stato ha il dovere di tutelare il pa- trimonio culturale (pubblico e privato) nella sua interezza, promuovendone una sempre migliore conoscenza mediante la ricerca. Secoli di esperienza, hanno consentito ad un Paese pieno di problemi e di difetti, ma straordinariamente ricco di cultura e di storia, di fare della cultura della conservazione una componente essenziale dell’essere Italiani.

Simboli della tradizione Cristiana

L’art. 7 della Costituzione dispone che «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». La Costituzione riconosce, quindi, l’origina- rietà dell’ordinamento della Chiesa cattolica, attribuendo allo «Stato della Città del Va- ticano» i caratteri dell’indipendenza e della sovranità.

Lo Stato italiano oggi è una Repubblica democratica laica e aconfessionale, cioè senza una religione ufficiale.

Ma noi vogliamo mantenere i nostri simboli, almeno in rispetto di chi “Crede” ancora, negli edifici pubblici del nostro Paese, in rispetto delle altre religioni. La Corte europea dei diritti dell’uomo, con una sentenza definitiva della Grande Camera, ha dichiarato che la presenza nelle scuole di questo simbolo non lede nè il diritto dei genitori a edu- care i figli secondo le proprie convinzioni, nè il diritto degli alunni alla libertà di pen- siero, di coscienza o di religione. Finalmente si è tenuto conto delle preoccupazioni che in questo momento gli Italiani esprimono nei riguardi delle loro tradizioni, dei loro va- lori e della loro identità. Il Crocifisso sintetizza i valori del Cristianesimo, i principi sui cui poggia la cultura europea e la stessa civiltà occidentale: il rispetto della dignità della persona umana e della sua libertà. È un simbolo dunque che non divide ma unisce e la sua presenza, anche nelle aule scolastiche, non rappresenta una minaccia nè alla laicità dello Stato, nè alla libertà religiosa.

Beni Culturali

La Nostra Identità si fonda sulla lingua e sui nostri beni culturali, ed è su questo che bi- sogna puntare. Perché da troppo tempo il patrimonio culturale è diventato oggetto di un mercimonio indegno che ha messo in secondo piano la sua vera importanza. Nel nostro paese il valore culturale del patrimonio è stato messo in secondo piano rispetto a quello economico, e per di più, senza ottenere grandi risultati, anzi: l’Italia non è stata in grado neppure di mettere in atto una seria politica di valorizzazione. Il nostro paese è tra quelli che si adoperano meno per impedire che il patrimonio diventi merce di scambio e al con- tempo per sostenere la cultura in modo adeguato.

I beni culturali sono un giacimento di tradizioni. È mancata, in sostanza, negli ultimi tempi, attenzione e cura nei confronti del nostro patrimonio culturale. Si potrebbe anche pensare di parlare di patrimonio come “opportunità di crescita”, che volta a dimostrare quanto un’adeguata valorizzazione economica del patrimonio potesse giovare al rilancio della nostra economia. Bisognerebbe legare la cultura al turismo ma mancano le compe- tenze e soprattutto manca la capacità di formare le competenze.

Interventi Strategici

La prima, vera, riforma culturale di cui avrebbe bisogno il paese è una riforma della mentalità: non basta sapere di avere un patrimonio, dobbiamo iniziare ad avere con que- sto patrimonio una maggiore confidenza. L’aiuto può venire anche dai social network, blog e in generale canali di comunicazione via internet che possano giocare un ruolo fondamentale per favorire un avvicinamento dei cittadini al nostro patrimonio. Formare un gruppo di lavoro di persone qualificate per Marketing e Sviluppo risorse per promuo- vere il nostro immenso patrimanio artistico e l’incremento delle presenze turistiche. Mi- gliorare i servizi di prenotazioni; promozioni stagionali; servizi di trasporto efficienti; migliorare il coordinamento della progettazione di eventi culturali nei comuni e nelle re- gioni.

Per questo si dovrebbe defiscalizzare gli investimenti in cultura (cinema,musei,ecc..). Abolire le norme di revisione di spesa che hanno diminuito con tagli diretti, il budget a comuni ed amministrazioni, per il marketing territoriale.

Incremento della digitalizzazione. In Italia il 50% dei Musei non ha un sito web. Miglio- rere la situazione nei Musei (mancanza di organizzazione e regole basilari per una cor- retta ospitalità).

Lingua Italiana nel Mondo

Arte, cultura, letteratura, storia, ma anche moda e design: questi i fattori che stanno ali- mentando la crescita della nostra lingua all’estero. Il nostro patrimonio artistico, archi- tettonico, musicale e letterario resta la prima ragione per cui gli stranieri si avvicinano alla lingua italiana; vengono associati all’Italia anche le eccellenze del Made in Italy come la moda, l’enogastronomia e il design. L’italiano è la quarta lingua straniera più studiata al mondo dopo l’inglese, il francese e lo spagnolo. In base ai dati diffusi nel corso degli Stati generali della lingua italiana nel mondo, lo scorso anno scolastico sono stati oltre 2 milioni e 200mila gli studenti stranieri di lingua italiana nel mondo, e il dato appare in crescita esponenziale.

La conoscenza della lingua italiana rappresenta infatti la chiave di lettura necessaria per entrare in contatto con la nostra cultura in senso ampio e per meglio comprendere le di- namiche del “Vivere all’italiana”. La lingua italiana è infatti la seconda più utilizzata nel panorama delle insegne commerciali in tutto il mondo anche in settori economici di- versi da quelli tradizionali, a dimostrazione di come l’italiano sia considerato una lingua che piace. (dati farnesina)

Ripristino della leva Militare per un periodo di servizio obbligatorio dei giovani a favore della Patria. Per Noi si tratta di tornare a seminare nelle nuove generazioni il senso della responsabilità verso quello che è il bene comune. L’articolo 52 della Costituzione non è stato cancellato e quindi l’obbligo al servizio dovrebbe imporsi come elemento car- dine. Più che mai oggi dovrebbe essere un bagaglio formativo imprescindibile per un giovane che si appresta ad entrare nella società.     Lo Stato dovrebbe concorrere a ri- creare urgentemente un terreno in cui ogni giovane debba essere educato e poter cre- scere in coscienza civica

Il turismo ha un ruolo molto importante nell’economia mondiale. L’Italia ha da sempre rappresentato uno dei principali attori nel panorama turistico internazionale, leader per diverso tempo come meta per viaggiatori stranieri. L’Italia nel 1970 era la prima desti- nazione turistica mondiale. Oggi è scesa al quinto posto, superata da nazioni come Cina e Russia. Il PIL turistico (circa il 12%) rappresenta la prima industria del paese. Paral- lelamente sempre molti più italiani scelgono le mete estere dando prova del fatto che non viene apprezzato il made in Italy e si opta per la concorrenza. Constatato ciò bisogna ca- pire dove si sbaglia e come rimediare ad un declino turistico sicuramente evitabile. Uno dei problemi di base sta negli investimenti pubblici in promozione turistica, problema che riguarda in particolar modo l’utilizzo dei fondi. Le Regioni Italiane, nel 2003, hanno speso 265 milioni di euro, mentre la Francia, che continua ad avere il primato degli ar- rivi, non è andata, sempre nel 2003, oltre i 100 milioni di euro.

Ciò significa che i soldi per la promozione turistica possono essere spesi meglio.

Altro problema ricorrente è quello della competitività sul prezzo. Molteplici indagini evi- denziano infatti che i turisti stranieri valutano sfavorevolmente il rapporto tra disponibi- lità a spendere e qualità dei servizi in Italia.

Il nostro paese è visto come caro, sia dai turisti italiani che vanno all’estero, sia dagli stranieri che decidono di non venire.

 

Proposte

Affinché il turismo ritorni ad essere uno dei pilastri del nostro Paese, bisognerà sicura- mente colmare alcune lacune che sono sotto gli occhi di tutti, innanzitutto la mancanza di una struttura governativa forte e centrale in grado di coordinare le istituzioni chiamate a prendere le decisioni al fine di rilanciare l’offerta turistica. Più campagne di comunica- zione e promozione delle bellezze dell’Italia, attraverso spot pubblicitari ma anche grazie al cinema internazionale, il quale dovrebbe esportare all’estero l’immagine del Paese e la cultura nostrana.

Migliorare i trasporti, inadeguati per i trasferimenti nelle grandi città, anello debole, con un elevato flusso turistico come Roma, Firenze e Milano che risentono non solo di inade- guati collegamenti ferroviari, ma anche di voli diretti con i Paesi in forte crescita.

Per quanto riguarda gli hotel, vale la pena sottolineare che una buona parte è frutto de- gli investimenti sviluppati negli anni Cinquanta e Sessanta, quindi avrebbero bisogno di ristrutturazione e ammodernamento per poter di nuovo essere considerati degni della ca- tegoria di appartenenza. Ristrutturare tutte quelle strutture antiquate e obsolete che ri- scontrano i turisti quando soggiornano nel nostro Paese introducendo la possibilità di un sistema di agevolazione per realizzare investimenti infrastrutturali e non.

Riduzione dell’IVA sui servizi turistici al 15%, per consentire agli operatori una mi- gliore competitività e di conseguenza della qualità dei servizi.

Fomazione turistica adeguata negli Istituti Professionali ed Alberghieri con aumento delle ore di pratica adatte a formare i giovani al reale lavoro nel loro settore (alber- ghiero, ristorazione, agenzie viaggi, tour operator, personale di Hotel, ecc..).

Il turismo è uno dei settori che può offrire più lavoro ai nostri giovani

Quando parliamo di agricoltura, silvicoltura e pesca in Italia, ci riferiamo a un settore economico il cui valore aggiunto nel 2016 ha superato i 31 miliardi pari al 2,1% del va- lore aggiunto nazionale, pur segnando un calo del 5,4%.

Il valore complessivo della produzione risulta composto per il 52% dalle coltivazioni ve- getali, per il 29% dagli allevamenti zootecnici per il 12% e il 6% dalle attività di sup- porto e dalle attività secondarie.

 

Dal 1990 ad oggi si è perduto quasi il 20% di superficie agricola utilizzata. La perdita è stata determinata soprattutto dalla cessata coltivazione delle terre meno produttive, molte delle quali sono state occupate da boschi e aree dismesse oltre che dall’espansione delle aree urbanizzate (la popolazione è cresciuta del 10%). Anche l’accesso al credito viene considerato come uno dei maggiori fattori limitanti, sebbene si noti negli ultimi due anni un incremento significativo delle erogazioni di mutui. Molte delle variazioni positive in futuro dipenderanno dai contributi del Fondo Europeo per lo Sviluppo dell’Agricol- tura, che attualmente privilegia altre nazioni quali la Germania e la Francia prima della nostra. Sarà come sempre la politica a far si che le condizioni di mercato e econo- miche aiutino l’agricoltura a tornare grande imponendo le nostre esigenze anche a li-

vello internazionale, dal quale ormai tutta l’economia dipende. Secondo il rapporto, la forza agricola avrà una riduzione del 3,2% all’anno, raggiungendo i 6,6 milioni entro il 2030. Le aree rurali stanno affrontando difficoltà nella creazione di posti di lavoro e an- che i costi sia come energia che come fertilizzanti e del mangime aumenteranno.

Proposta

Difendere la PAC (Politica Agricola Comune) all’interno del bilancio Europeo ed impe- dire che la commissione stralci una parte del bilancio agricolo in favore del finanzia- mento di “altre emergenze” come quella dei migranti. Pur nei limiti delle regole Pac, si costruisca un sistema coerente di interventi per le infrastrutture, per favorire strutture più efficienti, per investire sulla produttività, per promuovere e sviluppare ricerca e tra- sferimento delle innovazioni nel settore agricolo. Nel rispetto della sostenibilità, si deve puntare a quella economica per favorire lo sviluppo e l’incremento della redditività

dell’agricoltura. Di fatto sinora l’Italia non è stata capace di tutelare sino in fondo il proprio patrimonio agricolo.

«Con trucchi ed inganni l’Unione europea apparecchia le tavole degli italiani»

Negli ultimi anni i cibi italiani sono in via di estinzione per colpa dell’europa. La con- centrazione delle multinazionali è diventata impressionante e ormai la maggioranza di quello che si vende nei supermercati è prodotto in paesi lontani di cui sappiamo poco o nulla, a parte il marchio che ci dovrebbe garantire. Le multinazionali hanno la forza di imporre le leggi a proprio uso e consumo imponendo i propri protocolli di produzione. Ecco allora che un formaggio prodotto per tremila anni dai contadini diventa improvvi- samente fuorilegge, la conserva fatta in proprio dal ristoratore deve essere nascosta mentre sugli scaffali si vendono tonni di mari lontani senza alcuna specifica. E mentre ai piccoli caseifici si vuole imporre il doppio stabilimento, i grandi marchi beccati con la mozzarella blu continuano a fare tranquillamente i propri affari. L’Europa, con il rico- noscimento dei marchi dop e igp riesce a dare sicuramente uno scudo ad alcune eccel- lenze. Normative e vincoli Ue vanno in certi casi molto stretti alla grande tradizione

della tavola italiana, per via delle restrizioni imposte nel 2001 con l’allarme «mucca pazza» e da allora mai rimosse. Ma in generale la legislazione comunitaria non tutela il “made in Italy”, lasciando troppe maglie larghe nell’indicazione d’origine sulle eti- chette, tanto che in Europa il 50% della spesa è «anonima». Altrettanto si può dire per la permissività nelle indicazioni sull’etichetta che consentono a diversi prodotti di essere confezionati con materie prime di importazione straniera senza che il consumatore ne sia informato. Più di un italiano su tre (36%), secondo un’indagine Coldiretti, ritiene che le norme varate dall’Ue abbiano peggiorato l’alimentazione e il cibo servito a tavola. Basta al formaggio senza latte, al vino senza uva o alla carne annacquata.

Il nostro Paese non riesce a produrre tutte le risorse di cui ha bisogno anche a causa di politiche restrittive dell’Unione Europea. Il grano duro italiano copre solo il 65 % del fabbisogno, anche la maggior parte dei legumi non sono italiani, a causa di drastiche ri- duzioni delle coltivazioni a partire dagli anni ’50.

Non è così per il pomodoro venduto sugli scaffali che è italiano, anche se dalla Cina im- portiamo solo il triplo concentrato di pomodoro. Siamo autosufficienti per quanto ri- guarda riso, vino, frutta fresca, pomodoro, uova e pollo. Solo in questi casi abbiamo la quasi totale certezza di comprare un prodotto made in Italy al 100%.

Alcuni esempi rischiano anche di sorprendere: alcuni prodotti correlati al territorio come quelli IGP (Indicazione Geografica Protetta), sono in realtà il risultato eccellente della lavorazione di materie prime non italiane. La bresaola proveniente dalla Valtellina viene preparata con carne argentina o del sud america. La Valtellina offre un ambiente ottimo per la stagionatura e la lavorazione del prodotto, ma non dispone di allevamenti in grado di fornire l’ingrediente di base.

 Indicazione d’origine: La legge Europea prevede l’obbligo di indicare in etichetta l’ori- gine dei seguenti prodotti alimentari: carne bovina, suina, ovina e pollame: l’obbligo di indicare il paese di nascita, allevamento e macellazione. Frutta e verdura fresche e non trasformate. Uova, miele, pesce e altri prodotti ittici freschi e non trasformati, olio, pro- dotti biologici, prodotti DOP (denominazione di origine protetta). Recentemente l’Italia ha introdotto l’obbligo di indicare l’origine del prodotto anche per i seguenti alimenti: prodotti a base di pomodoro, derivati del pomodoro, sughi e salse; pasta di grano duro, è obbligatorio indicare il paese di coltivazione del grano e quello di molitura, cioè di ridu- zione dei chicchi in semola; riso, è obbligatorio indicare il paese di coltivazione, di lavo- razione e di confezionamento; latte e prodotti caseari, è obbligatorio indicare il paese di mungitura del latte e il paese di trasformazione.

L’obbligo di indicazione dell’origine si applica soltanto in Italia e ai prodotti fabbricati in Italia ma non dai prodotti provenienti da altri stati. La legge Europea non aiuta la chiarezza favorendo le etichette inannevoli. Le norme europee sull’indicazione dell’ori- gine non si applicano neanche in due casi, molto frequenti: quando il marchio con il quale viene commercializzato un prodotto reca un’indicazione di origine: quindi, se un prodotto è fabbricato all’estero con un marchio registrato che lascia intendere la prove- nienza dall’Italia, non vi è obbligo di indicare la provenienza diversa, con evidente in- ganno per il consumatore.

Per i prodotti DOP, DOC, IGP e IGT: si tratta di indicazioni geografiche che dovreb- bero tranquillizzare il consumatore sull’esatta origine dell’alimento, ma non è così.

Proposta: E’ necessario essere chiari e determinati sulla tracciabilità degli alimenti. Ri- formare la politica agricola e soprattutto alcune regole del mercato interno, cercando di impedire che i prodotti italiani siano sempre più materie prime senza differenze qualita- tive indipendentemente da chi li produce.

I prodotti DOP devono essere necessariamente prodotti nella zona geografica ai quali si riferisce il marchio e con ingredienti proveniente dalla stessa zona. Nel caso invece dei prodotti IGP ciò non sempre è garantito.

Produrre e trasformare completamente in Italia invece di delocalizzare la produzione, prevedendo degli incentivi, compatibili con le norme europee e con le norme che rego- lano i prodotti di qualità, promuovendo queste aziende a supportare una certificazione “made in Italy” credibile ed attenta ad evitare innumerevoli fallimenti passati.

Il settore agricolo avrà bisogno di un nuovo approcio in Europa sugli accordi di libero scambio con i paesi terzi. Abbiamo assecondato una politica che permette l’invasione a dazio zero di materie prime agricole in cambio dell’esportazione di prodotti trasformati.

La scuola e le università italiane non forniscono ai nostri ragazzi un livello di istruzione adeguato.

La spesa pubblica italiana per l’istruzione continua a essere tra le più basse dell’UE. L’Italia delinea uno Stato lontano dagli standard europei ed è inerme di fronte alla co- stante emorragia del settore scolastico. Sia come percentuale del Pil, sia come percen- tuale della spesa pubblica totale, gli investimenti italiani sono al di sotto della soglia me- dia e a volte anche più bassi.

I dati sono preoccupanti. Una spesa scarsa che si può fotografare anche negli stipendi dei nostri insegnanti. Siedono dietro la scrivania in gran parte donne over 50, vi è quindi una scarsa presenza di docenti maschi. Come si legge nel rapporto Ocse, dai sei ai sette insegnanti su dieci sono ultracinquantenni, mentre otto insegnanti su dieci sono di sesso femminile. Questo squilibrio di genere, tuttavia, è meno evidente a livello dirigenziale di- fatti solo il 55% dei dirigenti scolastici è donna.

Tra le ferite aperte, oltretutto, ci sono gli abbandoni scolastici dei giovani dai 18 ai 24 anni. Le differenze rispetto al resto d’Europa si registrano anche in termini di compe- tenze e livello di istruzione. In Italia, il 27,9% dei giovani 30-34enni possiede un titolo terziario. Per le donne, la quota di 30-34enni laureate è del 34%, per gli uomini del 21,7%. A tutto ciò si aggiunge il problema delle tasse universitarie piuttosto elevate e gli scarsi interventi pubblici per il diritto allo studio, infatti, solo uno studente su cinque per- cepisce una borsa di studio. Tutti questi elementi contribuiscono ad allontanare i giovani dall’Università.

Dagli anni Duemila in poi, la Commissione europea ha indicato gli obiettivi per lo svi- luppo di un’istruzione e di una formazione di eccellenza, puntando soprattutto sulla diffu- sione di forme di apprendimento duale, capaci cioè di combinare l’apprendimento teo- rico con l’acquisizione di competenze pratiche sul posto di lavoro. L’Italia risulta al terzo posto in Europa per quantità di lavoratori con competenze inferiori rispetto alla mansione ricoperta e al settimo posto rispetto ai lavoratori con competenze superiori al ruolo ricoperto. Circa il 6% dei lavoratori italiani possiede competenze basse rispetto alle mansioni svolte, mentre il 21% è sotto qualificato.

Un grande impatto potrebbero avere le iniziative a favore del digitale. Secondo l’Orga- nizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), solo il 36% degli indivi- dui in Italia è in grado di utilizzare Internet in maniera complessa e diversificata. Il 13,8% dei lavoratori nel nostro Paese è impiegato in occupazioni ad alto rischio di auto- mazione e avrebbe bisogno di una formazione moderata (fino a un anno) per passare a occupazioni più sicure. Anche in questo caso l’Italia spende meno degli altri Paesi euro- pei per l’istruzione.

Identifichiamo quattro problemi principali

Il primo è la struttura della scuola dell’obbligo. Dopo i cinque anni delle elementari ci sono tre anni di una scuola media deresponsabilizzata dall’idea che i suoi insegnamenti verranno comunque ripresi nella secondaria superiore, e i primi due anni della seconda- ria superiore, incerti tra il compito di colmare le lacune della media e quello di prepa- rare i ragazzi al triennio conclusivo. Manca un disegno unitario, sia sul piano dei conte- nuti sia su quello delle responsabilità, manca l’indicazione chiara di quali siano gli obiettivi formativi del percorso, considerato nella sua interezza. Per quel che riguarda la scuola dell’obbligo e l’iniversità, dare la possibilità di ottenere risorse in funzione di quanti studenti riesce ad attrarre, in quanto per ogni studente viene riconosciuto un “co- sto standard” a favore dell’istituto.

Insieme a questo meccanismo deve essere assegnata ai singoli istituti la massima autono- mia finanziaria, didattica e nella gestione del personale, in modo che ciascuno possa avere tutti gli strumenti per migliorare la propria offerta e convincere gli studenti a iscri- versi in quella sede piuttosto che in un’altra.

Un simile modello di sistema scolastico paritario è quello finlandese, dove la piena auto- nomia degli istituti (che si estende addirittura alla definizione dei programmi didattici), insieme al meccanismo di finanziamento per quote capitarie, ha prodotto risultati ecce- zionali in termini di apprendimento e efficienza.

Il secondo malanno riguarda la formazione tecnica e professionale. Viviamo in un’epoca in cui la concorrenza sui costi dei paesi emergenti e l’evoluzione dei bisogni spingono le attività manuali verso una maggiore complessità intellettuale. Molti paesi avanzati,

dove la formazione delle professioni non intellettuali ha un rango accademico e un rico- noscimento sociale analogo a quello dell’università, sono attrezzati per rispondere a questa sfida: in Svizzera ci sono scuole alberghiere che attirano studenti da tutto il mondo, in Germania i tecnici specializzati che diventeranno la punta di diamante dell’in- novazione di processo nella manifattura (scuole professionali), la Spagna forma i grandi chef. In Italia, invece, la formazione tecnico-professionale a livello terziario è quasi ine- sistente: ce l’ha solo lo 0,3% dei giovani tra 30 e 35 anni, contro l’8,6% a livello euro- peo. Inoltre, gli istituti tecnici e professionali della secondaria – che pure riguardano il 60% di tutta la scuole superiore –sono relegati nella serie C dell’istruzione.

Una autonomia ancora maggiore, specie nelle scelte didattiche, dovrebbe essere lasciata all’università. Per garantire la possibilità di studiarvi anche a chi non abbia i mezzi eco- nomici, il finanziamento pubblico dovrebbe concentrarsi in un incremento di borse di stu- dio.

Il terzo malanno riguarda la selezione e l’incentivazione degli insegnanti. La migliore ricerca empirica è ormai concorde nello stabilire un collegamento stretto tra la qualità dell’insegnante e l’apprendimento dello studente. Come un paese seleziona i propri inse- gnanti, quanto li retribuisce e come ne incentiva l’attività, sono fattori cruciali nel deter- minare i risultati della scuola. E dal momento che anche gli insegnanti sono un prodotto del sistema scolastico, c’è il rischio di innescare un circolo vizioso: studenti impreparati diventeranno insegnanti che producono studenti impreparati. Sembra proprio che questa sia la situazione dell’Italia.Un recente studio trova che le competenze numeriche e lette- rarie degli insegnanti italiani sono le più basse fra i 23 Paesi OCSE esaminati; ciò ri- flette non solo le minori competenze dei laureati italiani in genere, ma anche il fatto che l’Italia sceglie prevalentemente gli insegnanti tra i suoi laureati meno preparati. È chiaro che qualcosa non funziona nei meccanismi che determinano la selezione e la retri- buzione degli insegnanti. Bisogna rivedere la struttura della carriera degli insegnanti, con passaggi di livello che riflettano gradi diversi di maturità professionale ed efficacia educativa (come per i docenti universitari): passaggi non automatici, ,ma legati al merito e ai risultati, per offrire quelle prospettive di avanzamento che costituiscono l’incentivo principale a far bene per chiunque lavora.

Il quarto malanno è l’ostilità profonda (pur se a parole negata) verso una valutazione sistematica dei risultati, basata su misure standardizzate. È certamente vero che i test standardizzati hanno dei limiti (primo tra tutti, la possibilità che l’insegnamento sia orientato a passare il test, piuttosto che a formare le conoscenze che il test dovrebbe mi- surare), quindi l’impegno deve essere per migliorarli. E ad integrarli in un sistema infor- mativo che consenta, per ciascun livello di insegnamento, per finire con l’università, dove la didattica andrebbe valutata anche sulla base del posizionamento nel mondo del lavoro. È velleitario pensare di poter ridisegnare a tavolino, dall’inizio alla fine, il si- stema scolastico italiano. Nella scuola, come in ogni settore con processi complessi, il progresso è fatto di sperimentazioni e continua ricerca di miglioramenti al margine; an- che per minimizzare le resistente di chi viene sballottato da ogni nuova “grande ri- forma”. Sarebbe quindi saggio dare maggior spazio alle sperimentazioni per mettere a punto, su piccola scala, dei progetti concreti di cambiamento.

Forse Matteo Renzi con la “Buona Scuola” non è riuscito a far discutere il Paese di ciò che davvero conta, e a prospettare per la scuola un progetto culturale coerente.

 L’importanza della Divisa Scolastica

Crediamo fermamente e profondamente nell’importanza di indossare l’uniforme e/o di- visa scolastica, sia per trasmettere dei grandi valori e sia per gli innumerevoli vantaggi che l’uniforme porta con sé.

L’uniforme scolastica crea un senso di identità della Scuola nella propria Comunità, raf- forza il senso di appartenenza negli studenti, che si sentono parte di una organizzazione, di un gruppo. Una famosa università a condotto nel 2007 una ricerca secondo la quale ha dimostrato che, l’uniforme scolastica è uno dei più importanti fattori che contribui- scono a costruire un senso di orgoglio e lealtà fra gli studenti nei confronti della propria Scuola.

Questa ricerca ha anche dimostrato che indossare una uniforme scolastica sviluppa più facilmente negli studenti un senso di appartenenza alla comunità che può essere messo al servizio di cause nobili. Adottare l’uniforme scolastica significa che gli studenti non de- vono più preoccuparsi della pressione dei propri coetanei nei riguardi del loro abbiglia- mento.

Quando tutti sono vestiti nello stesso modo non c’è più competizione e desiderio di essere vestiti secondo gli ultimi dettami della moda, il che potrebbe mettere in grande difficoltà i genitori e i ragazzi stessi. Gli studenti che non possono permettersi abbigliamento co- stoso e alla moda sono spesso le prime vittime dei “bulli”, ma i potenziali “bulli” hanno un motivo in meno per insultare le loro vittime perché diventa difficile prendersi gioco

dell’abbigliamento di qualcuno, quando anche loro sono vestiti nello stesso identico modo. Allo stesso tempo le uniformi aiutano i genitori a risparmiare molti soldi.

L’ uniforme scolastica permette agli studenti di concentrarsi sugli studi piuttosto che sull’abbigliamento.

In effetti laddove è stata adottata l’uniforme si è registrato un miglioramento nel rendi- mento perché vengono diminuiti i motivi di distrazione, si verifica una maggiore atten- zione sul lavoro scolastico e la classe diventa un luogo più serio, il che permette agli stu- denti di avere risultati migliori.

Aiuta a mantenere un senso di ordine a scuola, e favorisce la formazione di una atmo- sfera più adatta allo studio. La scuola viene così vista dagli stessi studenti come un luogo più ordinato e sicuro.

INDOSSARE LA DIVISA SCOLASTICA PROMUOVE VALORI POSITIVI NEGLI STUDENTI , SVILUPPA UN SENSO DI UNITA’ E APPARTENENZA , COLTIVA UN SENSO DI ORGOGLIO E CREA UN SENSO DI UNICITA’

Nell’era della “globalizzazione” il tema della connettività infrastrutturale appare cen- trale per gli equilibri strategici planetari. Questo vale in particolar modo per l’Italia, Paese che sconta una grave crisi nella gestione delle sue infrastrutture.

In base ai dati più recenti l’Italia è diciannovesima su 28 nella Ue per “Investimenti e infrastrutture” nel settore dei trasporti. Gli indicatori spaziano dall’efficienza dei tra- sporti – su ruota, ferrovia o nave – al completamento delle reti infrastrutturali transeuro- pee e alla puntualità delle spedizioni. Siamo ventesimi su 26 (Malta e Cipro non hanno ferrovie attive) in fatto di “Efficienza dei servizi ferroviari”. Siamo poi diciottesimi su 23 quanto a “Efficienza dei servizi portuali”, ventesimi su 28 nella “Efficienza dei servizi di trasporto aereo” e diciannovesimi su 28 per “Qualità delle strade”. Anche in questi casi i dati provengono dal World Economic Forum. Negli indici che riguardano il com- pletamento del nucleo centrale delle Reti Transeuropee di trasporto, abbiamo invece una buona performance. Per le ferroviarie dell’alta velocità siamo ottavi su 21. Ultimo indice la “Puntualità delle spedizioni”, che è calcolato dalla Banca Mondiale con gli indici di “performance logistica”, che ci vede decimi su 28.

Aldilà di questi dati, L’Italia ha una performance inferiore alla media dell’Ue in tutti i principali indicatori di qualità delle infrastrutture. Passiamo più ore in ingorghi stradali rispetto alla media degli altri. Su porti e ferrovie c’è poi un problema di scarsa concor- renza e di carenza di investimenti. In particolare per i porti, e soprattutto nel Sud Italia, c’è il problema della mancanza di connessioni intermodali (cioè infrastrutture che con- sentano ai container di passare da nave a ferrovia o camion per il trasporto via terra).

Il crollo di molti ponti, ha drammaticamente portato all’attenzione dell’opinione pub- blica il tema della sicurezza del sistema infrastrutturale. Sicurezza che si divide sui tre fronti della realizzazione, della manutenzione e della gestione, in cui è necessario che lo Stato metta in campo tutte le sue risorse e le sue capacità di programmazione strategica. Manca una manovra economica per la messa in sicurezza delle nostre opere infrastruttu- rali. Ma il problema, in prospettiva, è di lungo periodo. l’Italia sconta un deficit sotto questo punto di vista, un deficit che nasce soprattutto da una vulnerabilità notevole sotto il profilo della programmazione politica, a cui ora è doveroso porre rimedio.

Noi italiani abbiamo una possibilità straordinaria. Potremmo trasformare Venezia o il golfo di Trieste in uno degli snodi principali per i commerci che transitano verso il Nord Europa. Dovremmo cogliere al volo questa occasione.

 

Fare arrivare ai nostri porti qualche centinaia di milioni di container provenienti dal Sud che passano dal Canale di Suez, vuol dire risparmiare 15 giorni di navigazione intorno all’Africa e intercettare un flusso commerciale attraversante il canale di Suez in continua espansione. In questo modo si disegna una strategia per il rilancio del settore portuale e logistico da perseguire attraverso il valore aggiunto che il “Sistema Mare” che può ga- rantire in termini quantitativi di aumento dei traffici.

Una strategia che individua alcuni principi trasversali quali: infrastrutture utili, snelle e condivise; integrazione modale e intermodalità; valorizzazione del patrimonio infrastrut- turale esistente; sviluppo urbano sostenibile.

Il porto di Trieste, in questo contesto, punta a diventare protagonista, forte anche dell’unicità dello status di porto franco e di leader della North Adriatic Port Association (Napa), l’associazione che riunisce i porti dell’Alto Adriatico.

Le infrastrutture ferroviarie oltre la Tav

Il tema del trasporto ferroviario è dominato, nel contesto del mondo politico e informa- tivo, dal dibattito sull’opportunità di completare o meno la realizzazione Tav Torino- Lione. La presente analisi sulle infrastrutture, infatti, considera lo sviluppo come un im- portante volano per favorire un’integrazione dell’Italia ai principali mercati internazio- nali e, al tempo stesso, per rafforzare una coesione interna largamente deficitaria.

In materia ferroviaria, a nostro avviso, ogni discorso sulla Tav, opera di cui si discute da circa tre decenni, deve essere preceduto da un’analisi sul ruolo che la ferrovia può e deve giocare nella connettività interna del Paese. E questo ruolo si sostanzia nella neces- sità di drenare una consistente quota del traffico di persone e merci dalla strada alla fer- rovia. L’atlante delle reti dismesse da Ferrovia dello Stato, testimonia quanto in passato, il patrimonio ferroviario dell’Italia fosse ricco e diversificato. Oggigiorno, le maggiori criticità si concentrano soprattutto sul versante delle reti locali e regionali, laddove ca- renze di servizio, inefficienze o difficoltà di gestione sbilanciano notevolmente gli equili- bri tra i flussi e le capacità di gestione.

Il caso più emblematico è quella della Lombardia, motore dell’economia italiana che vive una vera e propria crisi nella gestione delle infrastrutture ferroviarie. Ancora più catastrofica la situazione al Sud. Due opere rilevanti potrebbero essere gli assi ferro- viari di Napoli-Bari e Termoli-Lesina. La realizzazione di tali assi consentirà di ottenere la chiusura della maglia ferroviaria meridionale europea. La Campania, ma soprattutto la Puglia, non potrebbero che averne i maggiori vantaggi dal punto di vista commer- ciale, culturale e turistico, sfruttando appieno le potenzialità dei loro porti di Napoli, Bari, Brindisi e Taranto. La capacità di rafforzare le potenzialità del trasporto su più linee di comunicazione è essenziale per rafforzare la connettività interna, ottimizzare ri- sorse e rafforzare la logistica nel Paese.

Può essere utile combinare l’ammodernamento delle infrastrutture, adattandole ad una nuova condizione, con politiche strategiche che favoriscano una sinergia.

Le nostre autostrade

Orribili Disastri – prima l’esplosione di Bologna, poi il crollo di Genova – non è solo fi- glia dell’ordinaria distrazione del nostro Paese riguardo la cura delle infrastrutture e del territorio, non è solo un atto di arroganza ingegneristica ereditato dagli anni ’60 – (ti- ranti in calcestruzzo anziché in acciaio, profilo avvenieristico e struttura anelastica) – e mai sostituito per disinteresse e pigrizia.

Ci sono due segni molto importanti legati alla nostra sicurezza: investimenti, meno del 20% e spesa per manutenzione, meno 7%. Siamo un Paese che di recente ha fatto una legge per obbligare tre o quattrocentomila automobilisti italiani a montare seggiolini anti-abbandono per neonati, in nome della sicurezza, ma a nessuno degli ultimi cinque governi, mentre si susseguivano allarmanti segnalazioni sulle condizioni delle grandi in- frastrutture degli anni ’60 e ’70, ha ritenuto di dover agire per indurre le 24 società che hanno in gestione i 5.886 chilometri di autostrade italiane a spendere di più per preve- nire disastri.

Il comparto trasporti procede col vento in poppa e con un fatturato in crescita (più 4,9 per cento nel traffico nazionale su gomma). Viaggiano più merci e più camion, e i camion sono più grossi: l’Italia ha registrato nel 2017 un aumento del 6,4 per cento delle imma- tricolazioni degli autoarticolati oltre le 16 tonnellate e un decremento del 3,5 per cento dei veicoli più leggeri. Non serve un esperto per capire che anche qui la reddività ha il suo peso: far viaggiare il doppio delle merci con un solo mezzo, un solo autista, un solo ticket autostradale, è più conveniente che spostarne due o tre. Ma è abbastanza ovvio l’effetto su infrastrutture costruite in un’altra epoca, per altri carichi, altri pesi, e ci si chiede se certe tendenze non andrebbero scoraggiate anziché subite con assoluta indiffe- renza.

I nostri aeroporti

Tra il 2015 e il 2021 sono previsti investimenti di oltre 4 miliardi di euro per gli aero- porti nazionali di Milano Malpensa, Milano Linate, Venezia Tessera e Roma Fiumicino. Lo rivela l’ENAC. I crescenti livelli di investimento sulle infrastrutture aeroportuali e l’aumento della capacità aeroportuale che ne deriva, hanno permesso già negli scorsi anni un miglioramento dei servizi resi al passeggero, in termini di comfort e, soprattutto, di puntualità dei voli. Il sistema sta subendo un importante rallentamento degli investi- menti, dovuto principalmente alla maggiore durata delle procedure autorizzative am- bientali e urbanistiche delle procedure delle gare di appalto delle singole opere. Per quanto riguarda la sicurezza aeroportuale invece è a tutti gli effetti prioritaria per il tra- sporto aereo e si declina in due diverse accezioni.

La sicurezza dal punto di vista della progettazione, realizzazione, manutenzione ed eser- cizio degli aeromobili, nonché la valutazione dell’idoneità degli operatori aerei e del personale di volo.

Garantire che le operazioni aeroportuali si svolgano nelle condizioni di sicurezza prefis- sate e a valutare al contempo l’efficacia del sistema stesso al fine di intervenire per cor- reggerne le eventuali deviazioni. Un altro aspetto invece rappresenta l’insieme delle atti- vità volte a prevenire atti terroristici e/o atti illeciti a terra, a bordo degli aeromobili e, più in generale, in aeroporto. Questi servizi possono essere svolti sia da forze dell’ordine pubbliche sia da aziende di vigilanza privata. I politici non possono dirlo, ma gli esperti di sicurezza sì: avere degli ulteriori varchi di sicurezza dotati di personale agli ingressi degli aeroporti avrebbe dei costi proibitivi. Purtroppo però oggi qualsiasi ampio luogo di incontro è un possibile obiettivo per i terroristi.

Fondi necessari per le infrastrutture

I fondi necessari per le infrastrutture Italiane ammontano a circa 350 miliardi di euro, di cui 170 solo per i lavori cosiddetti “prioritari”. Riguarda il potenziamento tecnologico, la manutenzione straordinaria e la messa in sicurezza delle infrastrutture ferroviarie e stradali esistenti, porti, interporti e aeroporti. (Mo.S.E. appena copletato). Al di fuori delle polemiche, è bene ora riflettere sulla necessità di fare nuove infrastrutture e mante- nere in buono stato quelle esistenti.

La manutenzione è doverosa. Il problema è come questi soldi vengono spesi, dato che le nostre infrastrutture stradali non sono tra le più sicure. La percentuale sul Pil degli inve- stimenti in infrastrutture stradali (non per la manutenzione) è tra le più basse in Europa.

Proprio a Genova, la mancanza della “Gronda”, una sorta di tangenziale, provoca oggi una divisione non solo tra la parte ovest e la parte est della città, ma anche di tutta la Li- guria e del porto, uno dei più importanti d’Italia. In questo momento, il porto di Genova, si trova in una posizione di grande difficoltà, proprio per la mancanza di alternative. Per questo motivo è necessaria la costruzione di un nuovo viadotto in tempi brevi che rivedrà la sua piena operatività.

I presidenti della Conftrasporto e Confcommercio hanno parlato di “necessità di connet- tere l’Italia” portando l’attenzione, tra i tanti temi, anche la questione Brennero. La grande quantità di immigrati clandestini giunti su territorio europeo ha costretto il go- verno austriaco ad incrementare i controlli a discapito della libera circolazione delle merci italiane che raggiungono con estremo ritardo le destinazioni europee. Secondo analisi effettuate dalle due associazioni, per un’ora di ritardo di ogni Tir nell’attraversa- mento del Brennero, l’Italia subisce un danno economico pari a 370 milioni di euro an- nui. In Italia, così come in Europa, la sicurezza stradale è molto inferiore a quella del trasporto ferroviario

Il tasso d’incidentalità è 36 volte superiore. Forse si farebbe bene anche a pensare a un’incentivazione maggiore e a politiche concorrenziali per un maggior utilizzo del tra- sporto ferroviario. I processi decisionali per la costruzione sono infatti molto insicuri

e l’indecisione politica rallenta ulteriormente gli investimenti. Questi rallentamenti por- tano a loro volta a un aumento dei costi infrastrutturali per via dell’incertezza del finan- ziamento. Si crea inoltre incertezza giuridica, che di fatto rende ancora meno attrattivo il nostro Paese agli investimenti per la costruzione di nuove infrastrutture. L’Italia, dopo il boom degli anni ’50 e ’60, e le sue relative opere infrastrutturali (la più famosa è l’Auto- strada del Sole), è in molti casi un Paese bloccato. Questo non significa che si debbano fare tutte le grandi opere senza alcuna valutazione, perché l’analisi economica rimane importante, ma non è nemmeno possibile bloccare la costruzione a priori per un mero preconcetto ideologico. Le opere utili devono essere costruite più in fretta, cercando però al contempo di tenere sotto controllo i costi. Un altro esempio è la Metropolitana C di Roma dove i continui cambiamenti di tracciati e l’incertezza sia giuridica che di finanzia- mento hanno provocato costi di costruzione molto superiori alle altre metropolitane.

La riflessione obbligatoria riguarda il corto circuito tra interesse privato e interesse ge- nerale, lo stesso che verifichiamo ogni volta che un terremoto abbatte una scuola appena ristrutturata, ogni volta che un’alluvione spazza via un quartiere costruito sopra gli sca- richi pluviali, ogni volta che fatti connessi a errori di progettazione o gestione provocano vittime innocenti. Aspettiamo da un ventennio che la parola sicurezza venga estesa, così come accade in tutta Europa, dall’ambito ristretto dell’ordine pubblico a quello più largo del vivere associato. Le immagini che la tv trasmette di piloni in rovina, calcestruzzi at- traversati da fiotti d’acqua, armature consunte dalla ruggine riprese sulle strade di tutta Italia, dimostrano che l’emergenza esiste, è concreta, non può più essere negata e ci spa- venta. L’inefficienza delle reti stradali, ferroviarie e marittime innesca un meccanismo di decadenza generale che influisce negativamente sull’andamento del commercio e a sua volta sulle imprese, sul sistema lavoro e sulla diminuzione degli investimenti italiani e stranieri.

In sintesi su tutto il sistema economico del paese.

Vi è un altro fenomeno che dovrebbe essere tenuto sotto controllo: non è infatti possibile che a ogni cambio di governo vi sia la messa in discussione di ogni singola opera. Que- sta “incertezza politica” provoca solo ulteriori dubbi su un Paese che già non gode di una reputazione elevatissima per fare business (basta guardare il rapporto Doing Busi- ness della Banca Mondiale).

Purtroppo ad oggi siamo ancora un Paese poco capace di modernizzarci

L’Italia è la terza maggior economia dell’Unione europea. È la seconda manifattura del Continente. È un grande Paese esportatore, con un avanzo commerciale cresciuto da 31 miliardi del 2010 a 89 miliardi del 2018 al netto delle risorse energetiche. Ha una enorme ricchezza privata. Eppure sui mercati finanziari, dove viene misurato il rischio- Paese, l’Italia è penultima nell’area euro. Peggio di noi c’è solo la Grecia. I dati econo- mici parlano chiaro: tra i paesi avanzati l’Italia è quello che cresce di meno. In termini assoluti il Pil (prodotto interno lordo) rimane ancora al di sotto del valore regi-

strato nell’ultimo anno prima dello scoppio della crisi finanziaria (2008). Il nostro debito pubblico, pari nel 2018 al 132% del prodotto interno lordo, ovvero a 2.317 miliardi, ci sta portando sull’orlo di una nuova gravissima crisi.

Il più grave dei problemi italiani è la bassa produttività. Il 95% delle aziende italiane ha meno di dieci dipendenti. La piccola dimensione limita gli investimenti in ricerca e svi- luppo e nel capitale umano e dunque la competitività nei mercati globali. Ma anche le aziende con dimensioni maggiori sono poco aperte ai cambiamenti. Un dato è particolar- mente esemplificativo: meno di una su dieci, escluse quelle finanziarie, vende online. Da una valutazione delle competenze condotta dall’Ocse è emerso che i 15enni italiani hanno capacità di lettura e competenze in scienze e matematica inferiori a quelle dei coe- tanei degli altri paesi avanzati. Dati che certificano le carenze del nostro sistema educa- tivo e dunque l’incapacità di fornire le giuste risposte ad una economia sempre più ba- sata sulla conoscenza. Secondo uno studio della Banca Mondiale, il nostro Paese si col- loca al 111esimo posto su 190 nazioni monitorate, nella facilità di avviare o sviluppare una attività imprenditoriale. Infine un altro grande problema indicato da economisti ed imprenditori è il peso del debito pubblico, che solo nel 2017 ha richiesto risorse pari al 3,7% per Pil per il pagamento degli interessi.

Secondo le analisi più accreditate, per consentire al commercio di rimanere centrale nell’economia e nell’occupazione italiana servono interventi macroeconomici e fiscali,

ma anche cambiamenti da parte degli operatori per via della discontinuità nella cultura di impresa. Stenta ancora ad emergere nel terziario e nel commercio le reti, che possono contribuire a rafforzare il marketing, le strategie di vendita e fare da antidoto al mancato passaggio generazionale.

Il carico fiscale su imprese e famiglie è elevato e la richiesta di una politica dei servizi che sostenga il commercio, da cui arriva il 43% dell’occupazione italiana, appare sem- pre più pressante. Tempi bui quindi per il commercio in Italia ma non per quello online. Secondo le rilevazioni dell’Istat, calano le vendite al dettaglio sia nella grande distribu- zione sia nei piccoli negozi mentre il commercio elettronico registra in aumento.

Gli acquisti via internet valgono oltre 27 miliardi. In Europa, l’Italia è ancora lontana dai principali mercati e-Commerce. Se nel mondo sono quasi 4 miliardi le persone che acquistano su Internet, il nostro Paese non ha sempre saputo approfittarne e questo “ha fatto sì che l’export dei nostri prodotti attraverso il canale digitale perdesse punti, limi- tandone così la crescita. Le imprese italiane che hanno deciso di cambiare drasticamente il loro atteggiamento nei confronti del digitale e hanno tutte iniziato sia a investire in tec- nologie online sia a servire i clienti digitalmente attraverso i canali fisici.

Questo cambio ci porterà dei sicuri benefici economici e industriali. Le previsioni sono ottimistiche anche per il futuro: è per questo che è importante pensare seriamente di affi- darsi all’e-commerce, sia come unico negozio di cui si possa disporre, sia come imple- mento di un’azienda fisica.

Debito Pubblico- soluzione efficace

La legge di Bilancio stanzia poche risorse per migliorare la produttività delle aziende e la qualità del sistema educativo e peggiora ulteriormente il deficit e dunque il problema del debito pubblico. Su burocrazia ed efficienza della pubblica amministrazione sono stati fatti solo annunci ma ancora niente di concreto.

Anche il governo del Cambiamento rischia di essere per il Paese l’ennesima occasione persa e la manovra varata dal governo gialloverde non va nella direzione di risolvere i problemi strutturali che impediscono all’Italia di crescere.

La soluzione più efficace e immediata per diminuire il debito pubblico è quella che lo stato si faccia prestare i soldi direttamente dalle banche commerciali invece di indebi- tarsi. Il nostro governo per finanziare i deficit pubblici dovrebbe preferibilmente indebi- tarsi direttamente con una banca pubblica, accendendo dei prestiti di lunga durata e a bassi tassi di interesse. Infatti nella quasi totalità dei casi, i prestiti concessi dalle banche ai grandi e meno rischiosi enti economici hanno tassi di interesse notevolmente più bassi di quelli applicati sul mercato finanziario. Inoltre (e soprattutto) i prestiti bancari non sono soggetti alle incertezze e alla dinamica altalenante e speculativa del mercato dei titoli di Stato, e non sono soggetti alle valutazioni spesso erronee e tendenziose delle Agenzie di Rating. Anche le banche potrebbero guadagnare dei notevoli vantaggi pre- stando soldi allo stato. Questi prestiti rappresentano una voce contabile stabile e non soggetta a variazioni negative.

Inoltre, secondo le regole di Basilea i prestiti allo stato sono classificati come sicuri, non richiedono di essere coperti da un incremento di capitale della banca prestatrice, e pos- sono anche essere utilizzati come collaterali presso la BCE. Così le banche avrebbero il miglior rapporto capitale/rischio e potrebbero anche offrire più credito all’economia reale.

Questa soluzione permette di nazionalizzare il debito e di non esporlo alla speculazione di soggetti stranieri che, ovviamente, mirano al loro profitto e non all’interesse nazio- nale. Si potrebbe ipotizzare che in Italia una banca pubblica, conceda prestiti di lungo periodo allo stato, funzionando anche come calmiere nei confronti del mercato finanzia- rio. Quota parte degli interessi maturati sui crediti concessi allo stato, ritornerebbe allo stato azionista sotto forma di dividendi sugli utili con vantaggio per le casse pubbliche.

Apparentemente semplice e lineare, questa proposta, secondo l’economista tedesco Ri- chard Werner, è attualmente ignorata dalle istituzioni europee e nazionali.

Per diminuire il debito dello Stato Italiano si potrebbe inoltre ridurrei i trasferimenti dallo Stato alle Regioni del 5% con un risparmio di circa 7 miliardi incaricando le Re- gioni stesse di operare economie per riassorbire il 5% di minori entrate. Inserire una modifica costituzionale relativa alla riduzione del 50% dei deputati e dei senatori alle prossime elezioni. Un aumento dei prelievi ai concessionari di gioco d’azzardo. Rical- colo delle pensioni d’oro.

Lo Stato dispone di un patrimonio totale stimato in 1.815 miliardi, di cui la maggior parte in immobili. Escludendo opere d’arte e immobili effettivamente utilizzati dalla PA, otteniamo circa 400 miliardi di immobili effettivamente smobilizzabili dallo Stato.

Insomma, gli sprechi sono molti e la possibilità di agire per il bene dell’Italia non è fan- tascienza.

Nell’ultimo decennio il sistema bancario italiano ha affrontato una serie di criticità che hanno influito notevolmente sui risultati economici delle banche. La politica monetaria della Banca Centrale Europea ha portato i tassi di rinteresse ai minimi storici con un in- cremento del peso dei ricavi commissionali ad una consistente riduzione del margine di interesse. Il sistema bancario italiano è da tempo l’oggetto privilegiato della specula- zione al ribasso.

E’ gravato da 360 miliardi di prestiti a rischio dovuti non solo alla crisi globale iniziata nel 2007 ma anche alla stupida politica di austerità che l’Unione Europea ci ha imposto. Le banche sono soprattutto penalizzate da normative e da politiche europee squilibrate e favoriscono gli istituti esteri concorrenti, penalizzando i risparmiatori nazionali.

Il problema bancario tocca a 360° gradi l’economia del nostro Paese, determinando le decisioni economiche di famiglie ed imprese ed influenzando indirettamente la stabilità dei conti pubblici e la rischiosità del nostro debito sovrano. La crisi economica attuale discende proprio da questo meccanismo di indebitamento sbagliato, fatto che c’è eva- sione, che i politici hanno rubato e che c’è una dimensione anomala della spesa pub- blica.

La soluzione

Il Governo deve riprendere la propria sovranità monetaria (diritto di uno Stato Sovrano di emettere moneta, senza doversi indebitare con alcuno) nazionalizzando Bankitalia. Se l’Italia emettesse la propria valuta senza indebitarsi verso altri, sarebbe una nuova mo- neta libera dal debito, garantita dallo Stato sovrano e nessuno subirebbe alcuna perdita in termini di potere d’acquisto. Nazionalizziamo i settori strategici ed impostiamo una politica di investimenti pubblici di lungo periodo. Finché saremo strangolati dei mercati di capitali che dominano l’Eurozona non c’è scampo.

Uno Stato deve poter utilizzare la propria valuta come bene finanziario per l’interesse pubblico, e fare leggi con lo stesso fine. Se non possiede più la valuta e non può più legi- ferare, uno Stato perde tutta la sua ragione di esistere

Riduciamo il costo delle bollette

Basta leggere attentamente qualunque bolletta per capire come i costi delle tasse sono quasi 3 volte l’ammontare dell’energia che effettivamente consumiamo. Utilizziamo una rete che disperde, durante il trasporto, buona parte di energia prodotta.

In un Paese come l’Italia, ad alta esposizione solare, il fotovoltaico di ultima genera- zione è una fonte pulita cosi come l’eolico. Il testo della Legge di Bilancio 2019, ha in- trodotto detrazioni fiscali, dedicate a chi intende sostenere investimenti per l’innovazione tecnologica e le infrastrutture a tema verde. Una manovra che mira a rilanciare gli inve- stimenti pubblici e privati e ad offrire al Paese un miglioramento in termini di efficienza energetica e di attenzione al territorio e al Pianeta in generale. ll bonus fotovoltaico 2019 contiene tutta una serie di incentivi destinati a coloro che vogliono investire nella realizzazione di un impianto fotovoltaico e, allo stesso tempo, a coloro che intendono di- smettere i vecchi impianti in eternit o amianto. Questo Bonus si concentra in modo esclu- sivo sugli impianti di grandi dimensioni e quindi appartenenti ad aziende o pubbliche amministrazioni. Impianti con potenza superiore ai 20 Kw, purché però non sorgano in terreni classificati come agricoli.

Dunque questo nuovo incentivo non riguarda le realizzazioni private e residenziali, che hanno solo il vantaggio dello scambio sul posto come rientro dell’investimento in im- pianti fotovoltaici o eolici. Bisogna favorire dunque anche le piccole e medie imprese ed i privati.

Proposta

  • Innalzare gli incentivi per la sostituzione di vecchie
  • Incremento della raccolta
  • Applicare nelle nuove costruzioni o in ristrutturazione, impianti
  • Riduzione dell’Iva per i nuovi impianti ed eliminazione del bollo per auto Elettri- che.

  • Oggi occorrono centrali elettriche più piccole, posizionate vicino ai grandi centri di con- sumo, che sfruttano fonti rinnovabili, riducendo gli oneri di trasporto e le perdite.Aumentare nelle città i distributori di Enegia Elettrica per

Sistemi piccoli ma ad alto valore tecnologico riducendo i costi delle bollette sia per il gas che per l’energia elettrica, con agevolazioni per le fasce di popolazione a reddito basso

L’importanza civile, sociale, etica dello sport è ampiamente sottovalutata. Non c’è nulla che può (e dovrebbe) crescere meglio le nostre giovani generazioni.

 

Proposte: Una “scuola di pomeriggio” che permetterebbe agli studenti di praticare le discipline sportive senza dover sottrarre ore allo studio. In tal caso il sistema italiano po- trebbe avvalersi del metodo americano. Tale sistema, infatti, prevede facilitazioni per gli studenti/atleti più meritevoli. Il tutto permetterebbe di rendere lo sport obbligatorio e ne- cessario.

Diffusione dell’educazione fisica e sportiva già dalla scuola primaria, incentivando l’adozione di più ore settimanali per motivare le generazioni future all’attività motoria e fisica, promuovendo i valori educativi dello sport.

Mettere al Catasto tutti gli impianti sportivi esistenti (scolastici,privati,pubblici,universi- tari,militari e delle forze dell’ordine) così da poter conoscere l’effettiva condizione degli impianti.

Potenziare e ammodernare gli impianti sportivi esistenti e/o realizzare nuovi impianti.

Infrastrutture, Eccessivi costi di gestione

Oggi il problema delle infrastrutture sportive è riconducibile alle strutture ed impianti di vecchia data che necessitano di un ammodernamento logistico. Inoltre c’è una evidente trascuratezza o mancanza di aree per lo svolgimento di un’attività sportiva nel tempo li- bero. Lo scopo della politica dello sport riguarda la protezione dell’integrità morale e fisica degli atleti e nella promozione della lealtà e dell’apertura nelle competizioni spor- tive, oltre alla cooperazione tra gli organismi responsabili dello sport. Un buon lavoro può essere fatto dal Governo. Per esempio, incanalare i proventi della lotteria nazionale verso lo sport, la cultura e l’arte. Un meccanismo atto per finanziare lo sport in gene- rale.

Per estendere il mercato dello sport, le imprese ed i mezzi di comunicazione devono inve- stire in discipline sportive considerate “minori”, cercando di promuovere atleti e squa- dre e provando a creare e sostenere gli eventi e le manifestazioni. I media investono sempre più risorse su sport importanti come il calcio e la Formula 1, trascurando gli “sport minori”.

Il Calcio

L’art. 5 del decreto crescita 2019 denominato “rientro dei cervelli”, già convertito in legge, ha apporto significative modifiche al regime dei lavoratori impatriati consentendo di estendere le agevolazioni fiscali a diverse categorie di lavoratori tra cui anche gli at- leti professionisti. Il nuovo regime fiscale agevolativo, viene esteso dunque, non solo ai lavoratori dotati di “un’elevata qualificazione o specializzazione professionale”, ma an- che nei confronti dei calciatori e allenatori stranieri sprovvisti di un titolo di studio o di particolari specializzazioni professionali. Il calciatore professionista straniero che si tra- sferisce in italia e sposta la propria residenza fiscale nel nostro paese, ha diritto a go- dere del regime fiscale agevolato e di detassare al 70%, ai fini irpef, i redditi prodotti da lavoro dipendente in italia, con conseguente tassazione del reddito imponibile nella sola misura del 30%. Ciò sta a significare che la tassazione verrà calcolata solo sul 30% dello stipendio percepito dal calciatore professionista, potendo godere di una detassa- zione, per 5 anni, del 70% del reddito di lavoro dipendente. Per di più, un’ulteriore ridu- zione del reddito imponibile (pari al 90%) è stata prevista nel caso in cui il calciatore professionista decida di trasferirsi nelle regioni del sud-italia (abruzzo, molise, campa- nia, puglia, basilicata, calabria, sardegna e sicilia). E’ sufficiente che il giocatore (o an- che l’allenatore) venga da un campionato estero e la società può usufruire dello sconto.

Il Decreto Crescita è stato concepito per cercare misure urgenti per la crescita econo- mica del Nostro Paese e per la risoluzione di specifiche situazioni di crisi. Pensata per riportare a casa ricercatori e professioni qualificati e non certo calciatori ,senza consi- derare che questa norma crea un’evidente distorsione tra mercato dei calciatori italiani e esteri, con l’evidente conseguenza che per una società sarà molto più conveniente com- prare giocatori stranieri”invece che sostenere i Nostri Italiani.

Semplicemente perché in questo sempre più sgangherato paese, dove si toglie ai poveri per dare ai ricchi, può tranquillamente capitare che in quell’imbarazzante “pastrocchio” chiamato “decreto crescita”, da un lato si operano ancora una volta tagli e risparmi sul- la pelle dei terremotati, mentre dall’altro si regalano milioni di euro alle più ricche so- cietà di calcio italiane. Secondo l’indagine condotta da “Calcio e finanza” (basata sul monte ingaggi della stagione 2018/2019), sono più di 250 milioni di euro di tasse in meno, che entrerebbero nelle casse dello Stato dalle Società.

La Pesca

I pescatori puntano il dito contro le direttive europee, concepite per la pesca industriale, che hanno danneggiato il comparto italiano, in prevalenza quello artigianale. Penaliz- zano i piccoli pescatore e armatori, a vantaggio delle multinazionali della pesca, che si spartiscono quote di pescato e mercato.

Le direttive europee non proteggono la specificità della pesca italiana. I pescherecci sono trattati alla stregua di navi, per quanto riguarda l’attrezzatura e la tecnologia ri- chiesta a bordo. Ai pescatori vengono imposte limitazioni nell’attività di pesca e tante al- tre varie restrizioni che limitano e danneggiano l’attività produttiva. Il pescato si riduce o non si può proprio andare a pescare e così non è possibile coprire i costi. Così il pesce fresco del nostro mare scompare dai banchi del mercato, per lasciar posto al pesce trat- tato e surgelato che proviene da Spagna, Francia e da altri paesi europei che si affac- ciano sull’Atlantico.

Proposta: Si chiede l’istituzione di un Osservatorio Nazionale della Pesca perché la pe- sca professionale che viene svolta in Italia è diversa da quella che si effettua nel resto d’Europa. In Italia facciamo una pesca artigianale mentre nel resto d’Europa fanno una pesca industriale. Cancellare qualsiasi direttiva dell’UE che impone i “fermi pesca”, ponderati su base burocratica e non scientifica e l’ingiusta ripartizione delle quote riser- vate al tonno rosso.

Le Nostre marinerie, da quella siciliana a quella ligure, fino all’Adriatico, sono le prime a voler lavorare nel rispetto dell’ambiente e dell’equilibrio della fauna marina. La tutela dell’ambiente può e deve avvenire in modo tale che le due componenti convivano in un equilibrio virtuoso.

In questo momento di crisi economica, l’EU non può pensare di prendersela anche con i nostri pescatori, mettendo fine ad una tradizione storica e in pericolo la sopravvivenza dei nostri pescatori.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” Art. 32 della Co- stituzione.

Nel 2018 il Servizio Sanitario Nazionale compie quarant’anni. Il Sistema sanitario na- zionale (Ssn) italiano, istituito nel 1978 per fornire copertura sanitaria completa e stan- dard a tutti i cittadini e residenti legali, con il compito non solo di curare la malattia, ma anche di prevenirla e di educare i cittadini alla salute. Mentre la fetta di Pil per gli ospe- dali sta scendendo sotto la soglia che garantisce l’accesso alle cure, il Nostro sistema sanitario è sempre più aggredito da tagli e privatizzazioni, le liste d’attesa lunghissime, giovani medici vengono sottopagati e gli infermieri sono costretti a turni strazianti.

Le mutate condizioni demografiche, economiche e sociali, la crescente introduzione sul mercato di innovazioni farmacologiche e tecnologiche, le conseguenze della modifica

del Titolo V della Costituzione e le costanti ingerenze della politica partitica, hanno por- tato il Servizio sanitario a non poter offrire il livello di prestazioni standard definito dai Livelli essenziali di assistenza. Stando ai dati, il rapporto tra la spesa sanitaria e la ric- chezza prodotta nel Paese, cioè il Pil, scenderà oltre il 6,3 per cento, nel 2020, soglia li- mite indicata dall’Oms (organizzazione mondiale della sanità).

Il nostro è il sistema che costa meno in assoluto: con pochi soldi riusciamo ad avere livelli qualitativi di cure intensive simili a Francia e Germania. Ma stiamo ponendo una pesante ipoteca sul futuro, perché manca tutto il resto. Dopo l’ospedale, non c’è assi- stenza per gli anziani non autosufficienti, che oggi sono 2,8 milioni e tra 10 anni saranno 3 e mezzo. Non avendo altro posto dove stare, il 60 per cento di quelle persone continua a entrare e uscire dagli ospedali, ingolfandoli. E il carico dell’invecchiamento è sulle spalle delle famiglie, che non possono reggere oltre.

Un segno tangibile dell’affanno del sistema sono le liste d’attesa fuori controllo. Quattro mesi per una visita oculistica a Milano, quattro per una mammografia al Sud. Il risultato è che molti italiani “consumano meno sanità”, cioè spesso rinunciano: alle analisi, alla prevenzione, alle terapie. Dice l’Istat che il 6,5 per cento della popolazione non si cura più. La metà dei medici del Servizio Sanitario Nazionale ha l’abitudine di tenere il piede in due scarpe, metà giornata lavora nel pubblico, l’altra nel privato. Tutto legale.

Ma discriminante socialmente: i benestanti possono avere diagnosi e terapie molto prima di chi benestante non è, trascurando sistematicamente i reali bisogni di salute della po- polazione, in particolare quelli delle fasce socioeconomiche più deboli. È legittimo che un cittadino scelga il sistema privato, ma quando quest’ultimo diventa di fatto obbligato- rio, allora è certamente un fatto illecito. Servono regole più chiare. Le cifre parlano da sole: le liste d’attesa hanno fatto impennare la spesa privata per la salute, le famiglie sono arrivate a sborsare – di tasca propria o tramite una mutua privata – oltre 35 mi- liardi.

L’indice più accurato per valutare l’efficacia del Sistema Sanitario è la cosiddetta “aspettativa di vita in buona salute”, per la quale siamo al di sotto della media europea. E visto che gli italiani, per vari motivi, sono particolarmente longevi, viviamo sì a lungo, ma peggio che altrove.

I dottori chiedono anche più soldi (i loro salari sono fermi da dieci anni) e lo sblocco del turnover, che consentirebbe l’ingresso di nuovo personale negli ospedali. Ma il rapporto Cergas dice che l’emergenza più grave è un’altra: mentre il numero dei medici è presso- ché in linea con quello della Germania e della media europea, sul fronte degli infermieri andiamo malissimo. E in Italia quelli in servizio guadagnano 1.200 euro al mese (1/3 di quello che guadagna un medico), spesso costretti a doppi turni, fino a 16 ore consecutive, con un inevitabile crollo d’ attenzione e di cura per i pazienti. Sono stati inviati una serie di segnalazioni al ministero indicando i nomi delle cooperative che, in regime di subap- palto, gestiscono interi reparti di ospedali pubblici e cercano urgentemente medici. La situazione è drammatica.

In fondo alla catena sanitaria, gli ultimi sono i medici neolaureati e gli specializzandi. Il sistema formativo permette a un solo medico laureato su due di accedere al percorso di specializzazione. Ed è probabile che molti prenderanno la via dell’estero. Chi invece re- sta in Italia per la specializzazione si fa carico di enormi responsabilità. Ovvero c’è e ci sarà una diminuzione di circa 5mila specialisti ogni anno, su 7mila che entrano. Nel frat- tempo la popolazione sta invecchiando, senza considerare quelli che andranno in pen- sione.

Tra i punti deboli della sanità italiana c’è quello delle diseguaglianze dei trattamenti tra le regioni. Data la estrema delicatezza nell’affrontare i problemi della Sanità e l’artico- lazione del sistema (Stato, Regioni, ASL, Comuni, Ospedali, altri erogatori) e la debo-

lezza politica e di consenso dei governi, l’Italia sta vivacchiando, cercando di mettere pezze al sistema e senza decidere veramente che strada intraprendere per i prossimi 20 anni. Uno stato di salute medio ottimo, comparato con gli altri paesi, principalmente do- vuto ad abitudini di vita migliori (cibo, relazioni, fumo, alcool, attività fisica) ha reso il problema meno grave e in un qualche senso meno misurabile in termini di risultato.

In fondo abbiamo la vita media tra le più lunghe del pianeta.

 

Migliorare la Sanità Pubblica

  • Innanzitutto bisogna modificare il paradigma che imposta il sistema sulla cura della malattia anziché la prevenzione: oggi siamo in grado di intervenire prima che la malattia esploda identificando i soggetti apparentemente sani che hanno una forte probabilità di sviluppare la malattia. Disponiamo di algoritmi che hanno una buona capacità predittiva in varie patologie croniche, quali il diabete di tipo 2, le malattie cardiovascolari, la depressione grave ed altre ancora. Identi- ficare precocemente la condizione di pre-diabete, ad esempio, consente di mettere in atto misure che ritardano o evitano il comparire della malattia
  • Abolire le inique differenze tra le diverse aree del Paese: non essendo stati definiti standard di quantità, qualità e costo dei singoli servizi sanitari, le regioni devono assicurare
  • Modificare l’impostazione dei servizi territoriali: ciascun ospedale italiano, in me- dia, spende 110 milioni di euro per l’acquisto di dispositivi medici e 90 milioni di euro per i farmaci ( dati forniti dalla Società italiana di farmacia ospedaliera). Anche in questo caso, con enormi differenze da una Asl all’altra, da regione a re- gione, da città a città. Tutte queste forniture, come gli appalti per i pasti dei de- genti, la lavanderia, andrebbero portate entro dei parametri standard, ricono- sciuti almeno su base
  • Il sistema pubblico attui finalmente una moderna politica di valorizzazione delle risorse umane: bisogna decidersi a premiare il merito, creando una carriera con relative retribuzioni proporzionate, con premi e riconoscimenti per chi studia di più, ricerca di più, lavora di più.
  • Aumentare degli infermieri per suddividere maggiormente il lavoro con i medici rispetto a quanto viene fatto
  • L’innovazione ha come obiettivo il miglioramento della qualità e della durata di vita dei
  • Un taglio pesante ai medicinali di marca andando verso i
  • Un sistema di pagamento degli erogatori che allinei gli interessi economici e di salute dei
  • Spostamento massiccio dagli ospedali e RSA al domicilio delle persone dei
  • La libera professione intramoenia dei medici va modificata: la libera professione del personale per i solventi deve avvenire in contesti diversi da quelli adibiti al SSN senza inutili barriere e impacci burocratici. La libera professione del medico è una necessità utile al paziente e alla sua libertà di scelta oltre che al medico, ma bisogna evitare che le regole del sistema determinino distorsioni inique. Essa non ha per nulla contribuito a ridurre le liste d’attesa, ma se mai le ha
  • Hanno diritto all’assistenza Sanitaria Nazionale tutti i cittadini Italiani e cittadini stranieri con regolare permesso di soggiorno edin possesso della Tessera Sanita- ria. Primo soccorso per stranieri irregolari, senza permesso e senza documenti di riconoscimento, prima del rimpatrio (vedi punto immigrazione).

 

Il sistema sanitario italiano , quando dipendeva dallo Stato era uno tra i migliori del mondo. Adesso è diventato insostenibile con una burocrazia inefficiente, con personale sottoposto a carichi di lavoro infernali e pazienti che devono scontare liste di attesa in- terminabili e francamente indecenti. Il sistema dei medici-impiegati di famiglia è un fal- limento e c’è molto da rivedere anche nella medicina di emergenza e nel 118. Tutte cose che non si potranno mai realizzare senza estromettere dalla gestione i politici che hanno ridotto al fallimento (anche economico) la nostra Sanità e la Nostra Nazione.

Eppure siamo l’unico Paese in Europa a garantire la possibilità di scegliere il pediatra senza alcuna spesa a carico delle famiglie per tutti i bambini da 0 a 14 anni. Siamo tra i Paesi con il più alto numero di apparecchiature TAC e Risonanze magnetiche nucleari pubbliche per milioni di abitanti in Europa. Possiamo affermare di avere una delle mi- gliori reti nazionali per l’effettuazione dei trapianti d’organo in Europa dal punto di vi- sta della qualità degli interventi, della gestione delle banche dati sui donatori e sulla di- sponibilità degli organi.

Riportiamo il Nostro Sistema Sanitario Nazionale ad essere uno dei migliori al mondo.

Le infrastrutture digitali ricoprono un ruolo vitale per un gran numero di attività che sono parte della nostra quotidianità. Da un punto di vista strategico sono equivalenti e devono essere pertanto considerate al pari di risorse quali le reti di telecomunicazione, le auto- strade, le centrali elettriche o gli acquedotti e le risorse produttive in genere. Per lo Stato rappresentano sempre più l’ossatura portante del sistema di servizi che le Pubbliche Ammi- nistrazioni utilizzano ed erogano ai cittadini. Per questo le infrastrutture digitali della PA devono essere affidabili, sicure ed economicamente sostenibili. Nel corso degli anni, tutta- via, l’infrastruttura tecnologica della Pubblica Amministrazione è stata sviluppata e orga- nizzata in maniera casuale, lasciando le decisioni all’iniziativa di ogni singola amministra- zione, senza una visione d’insieme, un coordinamento, una pianificazione. Il risultato è una giungla di migliaia di piccoli centri di elaborazione dati (Ced).

Questo scenario pone l’esigenza di un processo di razionalizzazione dei data center esi- stenti, attraverso la dismissione di quelli obsoleti o non sufficientemente sicuri e affidabili. Una razionalizzazione che, grazie alle forti economie di scala, consentirebbe:

  • una consistente riduzione della spesa pubblica;
  • una maggiore sicurezza delle infrastrutture contro i rischi informatici;
  • un innalzamento della qualità;
  • una migliore efficienza energetica;
  • la creazione di una comunità allargata di tecnici, esperti e manager per discutere, proporre standard e regolamenti dei servizi digitali, condividere informazioni, solu- zioni e competenze

Vantaggi per i cittadini:

  • Maggiore affidabilità dei servizi pubblici;
  • Magiore sicurezza e rispetto della privacy;
  • Servizi pubblici progettati in maniera nativa digitale;
  • Incidenza minore sulla spesa pubblica dei servizi

Vantaggi per le Pubbliche Amministrazioni:

  • Risparmi significativi da reinvestire nello sviluppo di nuovi servizi;
  • una maggiore trasparenza sui costi e sull’utilizzo dei servizi;
  • maggiore agilità nella gestione delle infrastrutture sfruttando un modello scalabile basato su servizi a consumo
  • (come utenze domestiche);
  • maggiore efficienza per stimolare la crescita economica.

 

Facebook vìola i Nostri dati personali:

Siamo certi di sapere che uso fà il caro Mark dei nostri dati personali? Facebook ammette che “le informazioni personali degli utenti sono state condivise in modo improprio”. Al mo- mento da Zuckerberg sono arrivate ai consumatori soltanto le sue scuse. Bisogna che i con-

sumatori europei vengano correttamente informati sull’uso che viene fatto dei loro dati e che possano scegliere consapevolmente in qualsiasi momento quali di questi condividere. Oltre a vìolare i dati sensibili degli utenti, il buon Mark, ha ingiustamente bloccato, se non elimi- nato definitivamente, profili di Organizzazioni politiche, e/o privati di persone che gesti- scono le stesse, sia su facebook che su Instagram. Siamo decisamente di fronte ad un attacco discriminatorio da parte dei colossi del web. Tenendo conto dei benefici commerciali che Facebook ha ottenuto vìolando la protezione dei dati e le normative a tutela dei consuma- tori, chiediamo che vengano risarciti. Per questo “dittatoriale” comportamento e per riven- dicare la libertà di pensiero, come cita l’Art 21 della Costituzione, è corretto portare in sede legale queste ingiustizie

La RAI e la politica

“Per i giudici italiani la Rai deve rimanere in mano alla politica, e gli utenti che la finan- ziano attraverso il canone devono arrendersi e non hanno diritto ad alcuna trasparenza”( Commenta così il Codacons nella sentenza del Tar del Lazio).                                                            Una nota del presi- dente del Codacons, Carlo Rienzi dice che, “le decisioni del Parlamento non sono sindaca- bili, nemmeno quando interessano una azienda, la Rai, che viene finanziata con i soldi dei cittadini attraverso il canone imposto in bolletta”. Ciò che accade è una vergogna che esiste solo in Italia, perché gli utenti Rai sono stati privati del tutto del diritto alla trasparenza e ancora una volta, siamo in presenza di procedure fumose dove addirittura i curriculum dei nuovi candidati non vengono pubblicati e, dunque, non è possibile vigilare sul possesso dei requisiti richiesti dalle norme, né scegliere i componenti del CdA (organi di amministrazione e controllo) sulla base delle capacità e del merito”. Un pubblico informato in maniera cor- retta, può avere effetti positivi sul funzionamento della democrazia e sulla coesione sociale. Alcuni programmi possono comportare esternalità negative, ad esempio se riportano notizie false o se incitano alla violenza. Quando si fa della questione televisiva il cardine della poli- tica sul conflitto di interessi, tutto viene ricondotto a un degrado culturale ed etico indotto dalla televisione Nazionale e commerciale. Per questo motivo bisogna puntare sul plurali- smo. L’indipendenza dei contenuti da influenze politiche e la qualità della programmazione. Infine l’accessibilità a servizi di informazione o altri contenuti deve essere ritenuta un diritto fondamentale dei consumatori. Per questo chiediamo l’Abolizione del Canone Rai.

I Giornali:

La cosiddetta linea editoriale è ciò che distingue in sostanza una testata giornalistica da un’altra.        Dal cosiddetto pluralismo informativo, dipende la qualità dell’informazione, per- ché il pluralismo garantisce al cittadino/lettore la possibilità di conoscere notizie differenti lette da punti di vista differenti. Non solo. Dal pluralismo informativo dipende anche la pos- sibilità che uno Stato possa dirsi democratico, dal momento che un elettore adeguatamente informato, è messo in condizione di esercitare un voto consapevole.

Il caso opposto, quello cioè di una rappresentazione univoca della realtà socio-politico-eco- nomica di un Paese, impedisce la corretta formazione del consenso, e quindi il libero espli- carsi dei meccanismi democratici.

Quante altre notizie non vengono date? Non possiamo saperlo, ma siamo ragionevolmente certi che le notizie pubblicate sono quelle che non infastidiscono nessuno. Cronaca nera, pettegolezzi politici e non, pochissimo approfondimento e quasi nessuna inchiesta, notizie dall’estero estremamente limitate, e solo quando non se ne può fare a meno: guerre, tsu- nami, terremoti. La crisi economica, la responsabilità delle banche nel suo perdurare, in- trallazzi fra pubblico e privato costantemente oscurati, miliardi che corrono ma nessuno lo sa, accordi sottobanco con la criminalità organizzata, servizi segreti a disposizione di inte- ressi privati. Verità solo annusate che è impossibile addentare, mentre leggiamo di pedofilia vaticana, di un federalismo misterioso, dell’ennesima esternazione di un premier che ormai ha superato i confini del bene e del male. Esiste quindi la precisa volontà di controllare le notizie perché una situazione di controllo trasparente, potrebbe far nascere qualche lecito dubbio nella mente dei cittadini lettori/elettori sull’attendibilità di quel che apprendono nella lettura dei quotidiani.

Art. 21 della Nostra Costituzione:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.